1. LA/ELEPHANT HOUSE – INT. DAY

[ENGLISH VERSION]
Ciao a tutti,
mi presento… mi chiamo VITO PALUMBO. Sono il tipo barbuto della foto, altra metà della coppia di fatto (ovviamente in ambito cinematografico eh!!!) DEFEOPALUMBO (o PALUMBODEFEO a seconda dei gusti)…

Vi chiedo scusa se ho tardato a presentarmi ufficialmente ma, essendo di origini campane, sono un tipo estremamente scaramantico e ho preferito toccare il suolo statunitense prima di farlo.
E ora che il suolo è stato baciato eccomi qua…

Vi dico da subito che ho fortemente voluto questo spazio per dar vita a qualcosa che lasci traccia di sé… un vero e proprio… diario di bordo… e quindi pensieri in libertà, senza rileggere troppo quello che si è scritto (e questo mi verrà facile visto che non sono una grande penna) per lasciare via libera a cervello, cuore, stomaco…

Cavolo, ricordo ancora la faccia mia e di Roberto il fatidico giorno in cui leggemmo la mail di Alexia (la nostra manager) che ci preannunciava la volontà di realizzare un U.S. remake del nostro gelato al sangue…

stupore

stupore?

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Io e Roberto ci guardammo negli occhi e ci tirammo un pugno (FightClub style) per capire se fosse sogno o realtà…

In tutti questi mesi spesso mi son sentito rivolgere la seguente domanda: “Ma non sei felice? Ma non ti senti entusiasta???” e io, facendo spallucce, nicchiavo…

Ebbene, oggi ho la risposta… “Non ci ho mai creduto fino in fondo… mi sembrava impossibile…”

Ora vi spiego il perché del titolo “ELEPHANT HOUSE”
ci hanno dato uno SPLENDIDO loft a LA downtown gentilmente offerto da una ragazza che ama, adora, forse è ossessionata dagli elefanti… ci sono zannuti da tutte le parti e ormai sono anche la nostra dolce ossessione… e questa casa merita quel nome di diritto.

Ma veniamo al diario di bordo:
al nostro arrivo all’aeroporto ci sono venuti a prendere le nostre manager: ALEXIA e ALEXANDRA

comitato di benvenuto

Che strano rivederci, anzi… riabbracciarci, come vecchi fidanzati dopo mesi di interminabili conference call su SKYPE

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Dopo circa 24h di veglia io e Roberto eravamo distrutti, spossati, esausti ma sapevamo di essere ancora moooltoooo lontani dal letto…

un pò di stanchezza accumulata...

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Infatti a LA erano ancora le 2p.m. e ci attendeva ancora l’incontro più importante, quello con Christian Halsey Solomon, (più conosciuto come produttore di American Psycho)… da un rapido calcolo quindi ci restavano almeno altre 8-9 ore di veglia…

Nelle nostre stanche menti si alternavano immagini in libertà.
Come si comporterà con noi THE BOSS?

Ci accoglierà forse così…

versione hard

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o forse così:

versione soft

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E invece abbiamo scoperto un uomo straordinario, umile, amico ma soprattutto… paterno, (anche se speriamo che sul set non si trasformi nel sergente) alla faccia dell’immaginario collettivo che vede il produttore come sorta di Cerbero mangiaregisti…

cena a casa Solomon

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E arrivati ad una certa… tutti a casa… il primo giorno americano si conclude con una guidata notturna sulla highway (con tanto di cambio sequenziale) e io e Roberto che ci guardiamo negli occhi e non capiamo se sono lucidi per la stanchezza o per altro…

[VERSIONE ITALIANA]

Hello everybody,

Let me introduce myself. My name is VITO PALUMBO. I’m the bearded fellow in the picture. The other half of the couple (strictly in terms of filmmaking!) DEFEOPALUMBO, or PALUMBODEFEO, depending on your taste.

I want to apologize that it took me this long to officially introduce myself. I was born in Campania, Italy, which means I am extremely superstitious. I preferred to wait until I touched the American soil before introducing myself. And now that the soil has been touched and kissed, here I am.

Let me start by saying that I really want to use this space on the blog to give life to something important–a true ship’s log–with free random thoughts–without double-checking too much what I write. So, this is going to be easy, since I’m not a great writer. This will be a place where I can give absolute freedom to my mind, my heart, my stomach…

Damn, I still remember my face and Roberto’s on that special day when we read the e-mail from Alexia (our manager) announcing the official plan of remaking our Blood Ice Cream in the U.S..

surprised?

surprised?

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Roberto and I looked at each other and punched our faces (FightClub style) to understand if it were a dream or if it were real.

In all these months people have kept asking me: “Wow you must be happy! Aren’t you excited about it?”

And there I was, playing it cool, pretending nothing was happening.

Well, today I have an answer for you. “I never fully believed it, it felt like it was impossible.”

Now let me explain to you the title of this blog entry, “ELEPHANT HOUSE.”

We have a gorgeous loft in downtown L.A.. The owner is a girl who loves elephants. She has them everywhere in every shape and form. Since we are surrounded by elephants, I guess they have become our obsession as well. So Elephant House seemed to be the most appropriate name for our little nest.

Let’s go back to the ship’s log:

Our managers ALEXIA and ALEXANDRA came to pick us up at the airport.

welcome committee

It was weird to meet again, to hug again, like old sweethearts, after all those months spent on Skype conference calls.

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After being awake for 24-hours, Roberto and I were totally hammered, drained, exhausted, but we knew bed-time was not coming anytime soon.

just a little lack of sleep...

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It was 2 pm in L.A. when we arrived at the airport. We were about to go to our most important meeting, with Christian Halsey Solomon (the famous producer of American Psycho), so we figured that we had to stay up for another 8-9 hours.

In our tired minds, we were trying to imagine how our meeting would go.

How will THE BOSS treat us?

Maybe he will welcome us like this:

hard version

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Or maybe like this:

soft version

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Instead we met an extraordinary man, humble, a friend but most of all… a father (although we hope he’s not going to turn into the drill sergeant on set). So much for the image of the producer ogre who eats directors.

dinner at Villa Solomon

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And then it was time to go home.

Our first American day ended driving on the freeway at night (with automatic transmission, no less) with Roberto and I looking at each other, unable to figure out if our eyes were watery because we were tired, or if it were something else.


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