THE BLAIR WITCH PROJECT – chiacchierata col regista 16 anni dopo quella terribile esperienza

<<Ho paura a chiudere gli occhi, ho paura ad aprirli>>. Heather-Blair-Witch

Questa è una delle battute celebri tratte dal film/documentario “THE BLAIR WITCH PROJECT (Il mistero della strega di Blair), ed è esattamente lo stesso tipo di paura che avevo io da spettatore quando vidi il film per la prima volta, al cinema. In quella sala capii immediatamente di trovarmi davanti a qualcosa di sensazionale, di rivoluzionario. Era il 1999. L’anno in cui uscì il film horror che monopolizzò l’attenzione dell’intero pianeta, prima incuriosendolo, poi sconvolgendolo. Potrei raccontarvi questa storia in mille modi diversi, ma sono giunto alla conclusione che quello migliore sia raccontarvi la mia personale esperienza, quello che mi accadde pochi giorni prima di entrare in quella sala:

Era una mattina qualunque, avevo fatto sega a scuola e camminando tra i negozi del centro di Bari entrai nell’ormai defunto “Ricordi Media Store”; lì ci passavo la maggior parte del tempo libero, tra cd, vhs e dvd. Notai un cumolo di libri su uno scaffale, erano appena stati consegnati e ancora non prezzati. Su un foglietto pubblicitario attaccato ad una delle copertine c’era scritto: “LA POLIZIA RENDE PUBBLICO IL DOSSIER SUL CASO DEI TRE RAGAZZI SCOMPARSI NEL BOSCO DEL MARYLAND, MENTRE GIRAVANO UN DOCUMENTARIO SULLA STREGA CHE INFESTA QUEI LUOGHI”. Rimasi folgorato. Non sfogliai neanche una pagina, comprai il libro e mi fiondai nel giardinetto pubblico lì vicino.

Ecco la copertina del dossier: 

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Nella prima pagina c’era scritto: “NELL’OTTOBRE DEL 1994, TRE STUDENTI DI CINEMA SCOMPARVERO NEI BOSCHI ATTORNO A BURKITTSVILLE, NEL MARYLAND, MENTRE GIRAVANO UN DOCUMENTARIO SULLA LEGGENDA DELLA STREGA CHE INFESTA QUEI LUOGHI.

UN ANNO DOPO FURONO RITROVATE LE PELLICOLE IN BIANCO E NERO E LE VIDEOCASSETTE CHE AVEVANO GIRATO IN QUEGLI ULTIMI GIORNI.

CIO’ CHE LE LORO TELECAMERE E CINEPRESE SONO RIUSCITE A CATTURARE HA TRASFORMATO LA LORO IMPROVVISA SCOMPARSA IN UNO DEGLI INCUBI PIU’ INQUIETANTI DEL NOSTRO TEMPO.

I TRE RAGAZZI NON SONO MAI STATI RITROVATI. IN VIRTU’ DI UN ACCORDO ESCLUSIVO CON LE FAMIGLIE DEGLI STUDENTI, IL CELEBRE GIORNALISTA D.A. STERN E L’INVESTIGATORE PRIVATO BUCK BUCHANAN HANNO PUBBLICATO I RAPPORTI UFFICIALI DELLA POLIZIA E COMPILATO QUESTO DOSSIER”.

Ecco cosa compariva invece nella pagina seguente: IMG_7627

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Inutile dire che in meno di due ore avevo già terminato di leggere tutto il dossier, pieno di rapporti sul caso, articoli di giornale, fotografie, interviste ad amici e parenti dei ragazzi scomparsi, informazioni su strani rituali che a quanto pare avvenivano in quei boschi, analisi di strani simboli e oggetti ritrovati accanto alle tende dei ragazzi nel bosco.

Ecco alcuni esempi:

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Ma la cosa più agghiacciante presente nel dossier era senza dubbio la sezione con le foto del diario personale di Heather, l’unica ragazza del gruppo. Il diario che la ragazza continuò a scrivere durante gli ultimi terribili giorni prima della scomparsa, mentre era ancora nel bosco, disorientata, inseguita, terrorizzata. Purtroppo non posso mostrarvi tutte le foto, ma ne pubblico una sola, tra le più terribili (c’è la traduzione italiana accanto):    

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Arriviamo all’uscita in sala di THE BLAIR WITCH PROJECT, avvenuta un paio di settimane dopo la distribuzione del dossier. Andai al cinema eccitatissimo all’idea di vedere finalmente le immagini di cui parlava il libro, di scoprire cosa avevano filmato Heather, Joshua e Micheal nei loro ultimi giorni, di farmi anch’io un’idea sull’intera faccenda. Purtroppo non ho una foto che mi ritrare nel momento in cui le luci della sala si riaccesero dopo la fine del film, perchè varrebbe più di qualsiasi cosa possa scrivere adesso. Ero scioccato, sconvolto da ogni singolo fotogramma di quel girato. A malapena riuscivo a parlare. L’amica che era con me mi costrinse ad accompagnarla fino alla porta di casa, aveva paura persino di salire le scale da sola. Tornai nella mia cameretta e rilessi tutto il dossier, quella notte non dormii, cominciai a fare ricerce che monopolizzarono la mia vita fino a quando, qualche giorno dopo, non mi scontrai con la dura realtà:

Telegiornale dell’ora di pranzo. Il conduttore parla di “The Blair Witch Project” come del film che sta monopolizzando l’attenzione del pianeta macinando record su record, e poco dopo con un sorriso beffardo stampato sulla faccia, dice che le immagini del documentario sono fasulle, che è tutta una messa in scena, una trovata pubblicitaria della produzione. Il film, insomma, è un finto documentario, i tre ragazzi non sono mai scomparsi, la strega non è mai esistita, il dossier stesso è una trovata pubblicitaria. E’ proprio vero che i tg danno solo notizie del c***o. Volevo piangere. Ma quanto ero stato ingenuo? Ragazzi erano altri tempi, nessuno aveva ancora mai fatto una cosa simile. Adesso operazioni di questo genere sono all’ordine del giorno. Rimasi per almeno cinque minuti immobile a fissare la tv. Il primo grande viral marketing della storia mi aveva messo al tappeto, KO tecnico. Sbum! 1, 2, 3, l’arbitro interrompe il match. You lose. Ci ero cascato con tutte le scarpe.  

Ma quel lungo momento di rabbia mista a delusione e smarrimento lasciò subito spazio all’immensa stima per i professionisti, geni, bastardi, che erano riusciti a farmi innamorare di quel film prendendomi per il culo. La più bella presa per il culo di tutta la mia vita. E l’amore per il viral marketing era appena sbocciato.

Arriviamo ai giorni nostri, non starò qui a parlarvi delle centinaia di film che dopo cominciarono ad imitare “The Blair Witch Project”, questa parte della storia la conoscete bene. Quello di cui voglio parlarvi è dell’amicizia che sedici anni dopo è nata con uno dei due registi del film, una persona meravigliosa, Eduardo Sanchez. Amicizia nata da pochi mesi per una serie di circostanze che non vi starò a spiegare, ma ovviamente, come potevo lasciarmi sfuggire l’occasione di metterlo sotto torchio riguardo “The Blair Witch”? Qualche pomeriggio fa gli ho fatto queste domande. Ecco le sue risposte:

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ROBERTO: Torniamo indietro nel tempo. Tu e Daniel vi incontrate e decidete di girare “The Blair Witch Project”. Com’è nato tutto? Sarebbe splendido sapere qualcosa in merito al primissimo momento in cui ne avete parlato.

EDUARDO: Se ne parlò la prima volta nel ’90 o nel ’91 – ai tempi in cui Dan e io frequentavamo la scuola di cinema. Un week-end eravamo al verde e annoiati, e la conversazione virò sull’horror. La mancanza di film dell’orrore validi, al tempo, portò la discussione su ciò che ci aveva spaventati da ragazzi e su film come “Legend of Boggy Creek”, “Gli Extraterrestri Torneranno” e il programma televisivo “In Search Of…” continuavano a tornare. Realizzammo in fretta che il realismo di quei film e di quei programmi ci aveva spaventato sul serio e cominciammo a cercare idee per offrire qualcosa di simile al pubblico attuale. Avrebbe funzionato? Non ne avevamo idea…

ROBERTO: Giraste senza produzione, con pochissimi soldi e zero pretese. Poi però siete riusciti a portare il film al Sundance. Che cosa è accaduto lì?

EDUARDO: Pensavamo di mostrarlo alla scuola di cinema e al massimo di finire sul magazine della scuola. Poi decidemmo di tentare fortuna al Sundance. Proiettammo il film alla mezzanotte del primo venerdì pensando di passare inosservati come tanti altri prima di noi. Poche ore dopo la proiezione, The Blair witch era già stato venduto ad una delle società più forti all’epoca. Eravamo stupefatti dalle reazioni. Sembrava che tutti ne parlassero, che fossero impazziti. Artisan comprò i diritti e decise di distribuirlo in tutto il mondo. Eravamo increduli.

ROBERTO: Dopo aver comprato il film, però, Artisan vi ha chiesto di rigirare il finale. Cos’è accaduto dopo quella richiesta?

EDUARDO: Pensavano che la fine dovesse essere più forte – più cruda, o qualcosa di più spettacolare che un tizio in un angolo. Quindi ci pagarono per tornare in Maryland e girare un nuovo finale. Sul posto girammo delle interviste aggiuntive per spiegare perché Mike fosse nell’angolo della cantina. Le aggiungemmo al montaggio e Artisan ci lasciò tenere il nostro finale, e tutto andò bene. I nuovi finali che avevamo girato facevano piuttosto schifo. Uno di questi giorni ti mostro uno di quei finali, sono certo che mi darai ragione.

ROBERTO: Stai scherzando? Wow! Non vedo l’ora! Però non distrarmi con queste proposte, ho altre domande da farti. Gran parte del successo del film si deve alla straordinaria operazione di marketing che fu realizzata. Ho già parlato del finto dossier. Chi ha avuto quest’ idea? Ti risulta fosse la prima volta che veniva fatta una cosa del genere?

EDUARDO: Il DOSSIER fu un’idea della Artisan o della casa editrice – ma l’idea ci piacque molto quando ce ne parlarono. L’autore lavorò un po’ insieme a noi ma fece un lavoro fantastico nel dare corpo a tutti gli aspetti della mitologia e della storia. Sono riusciti a convincere tante persone che la storia fosse realmente accaduta. Tu ne sai qualcosa.

ROBERTO: Lasciamo perdere, va. Piuttosto, è vero che per far credere a tutti che si trattasse di una storia realmente accaduta, avete tappezzato intere città con le foto dei tre ragazzi scomparsi?

EDUARDO: Non fummo noi (io e Dan, l’altro regista) a farlo. Ma ricordo che la Artisan distribuì quei volantini a Cannes. Non so se lo fecero altrove, ma è probabile.

ROBERTO: Tante cose si sono dette anche sul modo in cui avete diretto gli attori. Per esempio che non avessero letto tutto lo script, non sapendo quindi cosa sarebbe capitato loro in quel bosco. O che li avete lasciati lì senza cibo e acqua, disorientati; e ancora che non li lasciavate dormire la notte, provocando quei rumori inquietanti, e il pianto del bambino. E’ tutto vero?

EDUARDO: E’ tutto vero. La Strega di Blair eravamo noi. Spaventare gli attori e ridurli alla fame era il nostro lavoro. Era fondamentale che non sapessero tutto ciò che stava per accadere. Volevamo avere le loro reazioni spontanee alle sorprese che preparammo per loro.

ROBERTO: Dopo The Blair Witch Project, il found footage è diventato lo stile per eccellenza del cinema horror, talmente sfruttato da esser quasi diventato odioso. Come la pensi a riguardo? Dopo il vostro quale altro film con questo stile ritieni sia degno di nota?

EDUARDO: Come con tutto ciò che c’è di buono nella vita, un eccesso è inevitabile. Dipende sempre dal film, da quello che ha da dire e dall’effetto che vuole fare sul pubblico. Molti found footage mi sono piaciuti – CLOVERFIELD, REC, PARANORMAL ACTIVITY e persino EUROPA REPORT. Ho apprezzato come quel film abbia portato nel genere found footage la fantascienza pura. Era davvero ben fatto.

ROBERTO: Non pensi che l’hype creato dal viral marketing – citiamo appunto film come “Cloverfield” e “Super 8″ – possano oscurare l’importanza del film stesso? Questo genere di film potrebbero esistere anche senza il sostegno del marketing virale?

EDUARDO: Il punto è che, alla fine, il film deve reggersi da solo. La viralità non ti aiuta se il film non tiene. Entrambi i film mi sono piaciuti e non conoscevo granché del loro marketing virale.

ROBERTO: 25 mila dollari spesi per produrlo, 250 milioni incassati al botteghino. Il tuo film è considerato tra i 20 che hanno cambiato il cinema. Perchè Hollywood non vi ha rapiti e trasformati nei guru del nuovo millennio horror? Vi hanno offerto altri film?

EDUARDO: Bella domanda! Ricevemmo parecchio materiale indirizzato a noi ma non eravamo interessati a fare subito un altro horror. Non eravamo del tutto pronti all’attenzione che attirammo con BLAIR e a essere così quotati sul mercato, un mercato che non conoscevamo. Mi ci vollero anni per tornare a fare un film horror – e per allora, nessuno mi avrebbe assunto come un Guru dei Film dell’Orrore…

ROBERTO: Cosa pensi di “Blair Witch 2″ e del flop conseguito? Perchè non è stato diretto da voi?

EDUARDO: Pensai che fosse raffazzonato e che avrebbe potuto essere migliore se non avessero dovuto realizzarlo in tempi così assurdi, ma non era un brutto film. Solo, non era un film sulla Strega di Blair. Era ambientato in un mondo estraneo al film originale – e per quanto fosse un concetto fantastico da esplorare, non c’erano stati il tempo e le risorse necessarie per farlo funzionare.

ROBERTO: Ho letto che Lionsgate potrebbe produrre “Blair Witch 3″. C’è già uno script? Ci sono speranze di vederti dirigere il film?

EDUARDO: Da tempo stiamo discutendo con loro di un nuovo film sulla Strega di Blair. Vedremo che succede. E se succede, sarai uno dei primi a saperlo, contento?

ROBERTO: Contento? Potrei morire di gioia! A proposito, hai appena terminato le riprese della seconda stagione della serie di “DAL TRAMONTO ALL’ALBA”, prodotta da Robert Rodriguez e diretta da te e Rodriguez stesso. Sappi che sei passato dal mio film preferito (The Blair Witch) alla mia serie preferita. Sei un grande e mi auguro tu possa raggiungere ancora maggior successo perchè lo meriti!

EDUARDO: Grazie!

ROBERTO: Ok, non posso non approfittare di questa occasione. Sai che sono un collezionista di action figures, statue e props di film. Soprattutto film horror. Essendo THE BLAIR WITCH PROJECT il mio preferito di tutti i tempi, se tu ancora avessi da qualche parte una di quelle bambole vudu costruite con i rametti degli alberi, sappi che io sono disposto a qualsiasi cosa pure di averne una originale del film. E’ uno dei miei sogni nerd più grandi.

EDUARDO: Ne ho uno solo e non posso dartelo – ma fammi dare un’occhiata e vedere cos’altro posso inviarti. Queste, ad esempio…

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P.S. un ringraziamento a Lucio Besana che mi ha dato una mano a mettere insieme quest’intervista in un periodo in cui siamo tutti presi da mille faccende. Eduardo soprattutto!

Ecco il trailer di The Blair Witch Project:

 


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