American Sniper e il falso mito dell’eroe americano

American-SniperNessuno si aspettava un successo di tale portata per American Sniper. E, inutile nasconderlo, molto probabilmente neanche la stessa Warner Bros. Da poco più di una settimana al cinema in Nord America, il film si è già aggiudicato il miglior incasso mai registrato nel mese di gennaio con 89 milioni di dollari (attualmente l’incasso complessivo ammonta a 120,5 milioni di dollari). Altrettanto degna di nota la performance italiana. Nel nostro paese, infatti, American Sniper ha riscosso 15,4 milioni di euro in sole tre settimane, superando addirittura la commedia di Alessandro Siani, Si accettano miracoli (14,2 milioni di euro).
Che sia il regista Clint Eastwood, il tema a sfondo bellico, oppure il sex symbol Bradley Cooper nei panni del protagonista, American Sniper continua a far discutere anche a diverse settimane dall’uscita, raccogliendo pareri e opinioni diverse da parte di spettatori e giornalisti. Del resto sono molti gli interrogativi morali e le domande esistenziali che emergono dal film. E non solo sul senso di una guerra che tenta di estirpare un cancro apparentemente incurabile, ma anche sul “taglio” scelto da Clint Eastwood per raccontare la storia di un eroe(?) americano: Chris Kyle, il cecchino più letale della storia con 160 uccisioni in Iraq confermate dal Pentagono.

 

Bradley-CooperMa il film è una denuncia alla guerra o un inno al sacrificio di un eroe che ha dato la vita per la patria? Sembrerebbe entrambe le cose. Eastwood, infatti, preferisce camminare sul filo del rasoio, senza mai sbilanciarsi verso una o l’altra posizione. Certamente American Sniper mostra tutta la durezza insensata della guerra: da una violenza insita nel cuore di carnefici senza scrupoli, a bambini kamikaze che Kyle è costretto a uccidere per difendere i suoi compagni. Ma allo stesso tempo il film esalta la figura di questo tiratore scelto, la cui tragica fine ne ha amplificato le gesta, fino alla celebrazione di un funerale che ha coinvolto migliaia di persone, tra spettatori, curiosi, veterani e compagni d’armi. Emblematiche le parole di Kyle pronunciate in presenza di uno psicologo verso la fine del film: «Non rimpiango nessuna delle mie 160 uccisioni e sono disposto a renderne conto davanti a Dio». Una frase che stride, e anche tanto, ma su cui il film sembra passare sopra senza battere ciglio. Certo Kyle si porta dietro degli scompensi psicologici in seguito alle sue missioni sul campo. Ed è palpabile il dolore per aver ucciso un bambino kamikaze, così come l’ossessione di essere sempre in prima linea, mettendo la guerra prima della famiglia. Ma una volta superati questi traumi, anche grazie a un cammino di riabilitazione e assistenza ai reduci, i tragici fatti accaduti appaiono solo come un brutto sogno.

 

FuneraleIl protagonista, infatti, viene ritratto come un uomo che ha abbandonato la sua vita passata, dominata perlopiù da pericolosi passatempi e relazioni superficiali, per diventare un eroe militare, affiancato da una moglie amorevole e dai suoi figli. Ma Kyle è davvero un eroe? Vista la quantità di spille di Navy SEAL sopra la sua bara, la processione militare in pompa magna sull’Interstate 35 e il funerale trasformato in una celebrazione patriottica del mito americano all’interno del Cowboys Stadium (in Texas), sembrerebbe di sì. Ma è difficile nascondere quel sapore amaro che ti assale, una volta usciti dalla sala, di fronte a questo tetro spettacolo celebrativo, lontana eco di una cerimonia pagana in onore di un eroe caduto in guerra.

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