Oscar 2014: E vissero felici e contenti…

“E vissero felici e contenti”. Potrebbe essere questa la frase conclusiva alla notte degli Oscar. Nessuna sorpresa, infatti, per questa 86ª edizione degli Academy Awards (leggi le mie previsioni), che ha accontentato pubblico e critica di tutto il mondo. Del resto c’era da immaginarselo con due candidati come 12 anni schiavo di Steve McQueen (di cui ho scritto qui) e Gravity di Alfonso Cuaron. Due film che incarnano alla perfezione tutta la cultura americana, cinematografica e non, come il patriottismo, il desiderio di riscatto, l’amore alla famiglia e il sacrificio estremo per la vita del prossimo. Inoltre, i due titoli toccano due punti molto sensibili per gli americani: il dramma dello schiavismo, in 12 anni schiavo, e la lotta per la sopravvivenza, in Gravity (con una splendida metafora ambientata nello spazio). I due film, infatti, hanno fatto incetta di Oscar, aggiudicandosi statuette nella la maggior parte delle categorie. Più che meritata anche la migliore regia ad Alfonso Cuaron per Gravity: innovativa, rigorosa ed evocativa al tempo stesso. Così come tutti i premi nelle categorie tecniche andati a Gravity: miglior fotografia, miglior montaggio, migliori effetti speciali, miglior montaggio sonoro, migliore colonna sonora e miglior sonoro.

Un capitolo a parte va dedicato esclusivamente alla categoria del miglior film straniero, che ha visto trionfare il nostro paese con La grande bellezza di Paolo Sorrentino. Era dal 1999, infatti, che l’Italia non veniva insignita di questo prestigioso riconoscimento, quando Roberto Benigni vinse con il suo La vita è bella. Il singolare ritratto dei salotti borghesi, le malinconiche atmosfere di una Roma crepuscolare, l’incredibile performace di Toni Servillo, i paesaggi evocativi e l’evidente omaggio a La dolce vita di Federico Fellini hanno conquistato il cuore dell’Academy, consacrando alla storia La grande bellezza di Paolo Sorrentino.

Come da copione, il grande escluso della serata è stato Leonardo DiCaprio, che non è ancora riuscito a vincere la statuetta come migliore attore protagonista, aggiungendo alla sua collezione di candidature inespresse l’ennesima nomination agli Oscar. L’Academy, infatti, non sembra avere avuto il coraggio di chiudere gli occhi sulla performance magistrale di Matthew McCounaghey (nella foto a sinistra l’attore festeggia la vittoria insieme alla moglie Camila Alves) in Dallas Buyers Club, la cui vittoria è stata invocata all’unanimità da popolo e critica di tutto il mondo. I miei più sentiti complimenti vanno all’Academy per aver premiato Cate Blanchett e di non essersi fatti influenzare dalle polemiche scoppiate in seguito alle accuse di pedofilia mosse da Mia Farrow nei confronti dell’ex marito Woody Allen. E visto il proverbiale moralismo dell’Academy e il potere di certe lobby, questo riconoscimento era tutt’altro che scontato.

Restano lontani dai riflettori Philomena e A proposito di Davis. Forse gli unici due film di cui ho sentito davvero la mancanza in questa edizione. Del resto non sono due film semplici: Philomena propone una storia strettamente legata alla Chiesa e al Vaticano (un connubio non particolarmente caro all’Academy), mentre A proposito di Davis dei fratelli Coen affronta con pacata lentezza un tema estremamente di nicchia come la musica folk. A mio parere la toccante sceneggiatura non originale di Philomena (premiata al Festival di Roma 2013) e la fotografia di A proposito di Davis, curata in ogni minimo particolare, avrebbero dovuto ricevere maggior attenzione. Ma nel complesso questa 86ª edizione degli Academy Awards ha messo d’accordo un po’ tutti e si è conclusa con un lieto fine.

E vissero felici e contenti…


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