Venezia 70, troppa violenza gratuita…

Il direttore artistico della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica Alberto Barbera ha spiegato con chiarezza il fil rouge di questa 70ma edizione con le seguenti parole: «La nota dominante (di questo festival, ndr) è quella del “cinema della realtà”, che prova a interpretare la contemporaneità, questo nostro tempo fatto di confusione, incertezza, perdita dei valori. Si parla del presente che stiamo vivendo con tutta la sua contraddittoria, devastante assenza di punti di riferimento. Non per niente si racconta spesso l’assenza dei genitori. E la selezione veneziana riflette questa tendenza». Ma siamo sicuri che il festival di quest’anno rifletta appieno la situazione culturale e storica del nostro tempo? Perché a me è parso che una buona fetta dei film in rassegna avessero più l’intento di scioccare furbescamente il pubblico con la sovraesposizione a violenza e sesso, anziché raccontare un disagio o lanciare un messaggio che faccia riflettere lo spettatore. Perché parliamoci chiaro: non è che perché i drammi e le tragedie accadono anche nella vita reale, allora la violenza sul grande schermo (fisica o psicologica) è sempre giustificata sotto la voce “arte”. Ne è un chiaro esempio Child of God, il film diretto e interpretato (con un brevissimo cameo) da James Franco e tratto dall’omonimo romanzo di Cormac McCarthy. Il film (e il libro) parla di un uomo con forti disturbi psicologici (a soli 10 anni ha assistito al suicidio del padre) che finisce per uccidere giovani ragazze, portarle in luoghi sperduti nella natura e abusarne sessualmente. Ora, io ho apprezzato immensamente La strada di McCarthy, ma asserire che Child of God non sia un’idea malata, perché parla della solitudine di un uomo che ha vissuto una vita difficile, è come dire che la nutella non fa ingrassare perché è buona. Sarà anche interpretato e diretto con maestria (come infatti è, senza ombra di dubbio), ma non mi si venga a dire che la storia non è maledettamente fuori di testa! Senza contare che Child of God non è niente al confronto della violenza nauseante del tanto acclamato Kim-Ki Duk con il suo Moebius, film incentrato sulla vendetta di una donna che mutila il figlio per punire i tradimenti del marito. Evirazioni e incesti fanno da cornice a questo titolo.

A ricoprire un ruolo da protagonisti a questo festival sono stati anche diversi film (più o meno di rilievo) a sfondo omosessuale. Tanto da farmi pensare che si sia trattata di una scelta ben ponderata dallo stesso Barbera. Del resto chi mai attaccherebbe o smonterebbe un film con protagonisti gay senza venire subito etichettato come “omofobo” o “poco-sensibile-a-un-tema-così-delicato”? Soprattutto in un anno in cui il Festival di Cannes 2013 ha visto trionfare l’amore lesbico dell’osannato La via d’Adele e in un momento politico particolarmente delicato in cui la discussa legge contro l’omofobia è pronta a passare al vaglio del parlamento. È ormai evidente, però, che già da diversi anni i film a sfondo omosessuale si stanno facendo strada con forza nella cinematografia mondiale, certamente spinti e promossi anche da lobby molto influenti. Mi hanno impressionato la quantità di riferimenti omosessuali – spesso espliciti e pretestuosi – dei film selezionati al Festival di Venezia: dall’italiano Via Castellana Bandiera a Giovani e ribelli – Kill Your Darlings, da Palo alto a Tom à la ferme, da Gerontophilia a Philomena (seppur più soft). Ma nonostante non abbia apprezzato una certa selezione del festival, altre pellicole mi hanno lasciato positivamente sorpreso. Tra queste ricordo lo sci-fi Gravity, il toccante Philomena, il thriller Locke (una vergogna che fosse fuori concorso), il film d’animazione dello studio Gibli Kaze Tachinu (in inglese The Wind Rises), Still Life, The Armstrong Lie, il cinese Shuiyin Jie (in inglese Trap Street), lo sci-fi di Terry Gilliam The Zero Theorem e altri titoli.

In ultima analisi quest’edizione del Festival di Venezia mi ha costretto a pormi diversi domande: qual è il ruolo di un festival? I film proposti riflettono la situazione culturale attuale o intendono solo accontentare una nicchia di critici e pubblico destinata a “morire”? Ha senso mostrare ogni sorta di orrore e/o violenza, per poi venderla come “arte”? Certo, queste sono domande inusuali, a cui io stesso non sono abituato a rispondere. Ma forse qualche riflessione in più andrebbe fatta, vista la facilità con cui siamo abituati a “bere” indistintamente qualunque film ci venga proposto senza mai dare un giudizio che vada oltre l’apparenza.


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