Dite «no» alle sigarette nel tinello, dite «sì» alle catinelle di sole

Io e Teo abbiamo deciso che è giunto il momento di fare soldi. Non nel senso che vogliamo uno stipendio – per quello c’è già UCI –, ma nel senso che vogliamo diventare miliardari, ricchi sfondati, schifosamente coperti di vil denaro. Una cosa così, insomma:

Ci abbiamo riflettuto molto, e se volete scoprire a che conclusione siamo giunti potete guardarvi l’ultima puntata di Cinemaniacs: la trovate in fondo al pezzo. Ma siccome siamo sul mio blog e non su uno spazio pubblicitario, non sono qui per parlarvi delle nostre strategie per gonfiarci il conto in banca, ma di uno che il conto in banca l’ha già gonfiato a dismisura nel giro di soli tre film, e che con l’ultimo suo lavoro ha sfondato il tetto dei 18 milioni di dollari di incasso in tipo sette minuti di orologio.

Tutti odiano Checco Zalone, a parole. Tutti vanno a vedere i film di Checco Zalone, nei fatti: il suo successo si spiega solo così, a meno di non ipotizzare un complotto dei rettiliani che controllano le menti e costringono gli ignari spettatori, usciti di casa convinti di recarsi in sala a godersi l’ultima opera postuma di Orloff Kosciottovsky, regista polacco neostrutturalista simbolista morto suicida a 16 anni dopo un solo film e diversi cortometraggi girati con la telecamera del suo Nokia 3310 modificato, a sorbirsi una serata a base di cinema popolare, dopo essersi ritrovati – senza alcuna memoria del come – pigiati tra famiglie ridanciane, gruppi di ciccioni e bambini felici, sommersi dai pop-corn e dall’odore delle caramelline gommose alla Coca-Cola, con gli occhi puntati su uno schermo su cui campeggia questa faccia:

Applicando il rasoio di Occam alla realtà ed escludendo grazie a esso la possibilità che i rettiliani esistano, figuratevi avere la voglia di rapire gente e costringerla a vedere Sole a catinelle, se ne deduce dunque che un sacco di gente ha scelto coscientemente di pagare del denaro per godersi l’ultima fatica cinematografica di Luca Pasquale Medici.

A leggere in giro per la Rete, invece, pare che l’Italia sia popolata da figuranti che affollano tutti i multisala della penisola, e che la gente giusta e vera, non i robot, non i manichini, preferisca starsene davanti al computer a sputare odio contro il sistema che ci impone, in 1.200 sale dello stivale, un film che non fa ridere, è sbagliato, è un errore concettuale, un bug di Matrix.

Curiosamente, sono sempre i naysayer a bombardare l’etere con le loro argomentazioni anti-Zalone, articolate e ragionate, mentre chi il buon Checco se lo gode si limita a sbolognare l’argomento con il più classico dei «be’, a me fa ridere, che problema c’è?».

A me Checco Zalone non fa particolarmente ridere. Però sono d’accordo con i secondi e non con i primi. Il motivo è semplice: gli anti-Zalone propongono argomenti facilmente smontabili e che oltretutto stimolano la smontatura (!), mentre i pro-Zalone, con il loro approccio semplicistico e perfettamente logico, hanno, molto banalmente, ragione.

Se non ci credete, seguitemi.

Quelli che «eh ma Checco Zalone non fa ridere»

Pensate un po’? Una notte da leoni incassò quasi 4 milioni in un paio di mesi di programmazione, e venne salutato, dal sempre attento e puntuale pubblico italiano, come un miracolo di comicità rivoluzionaria e geniale. Pensate un po’? A me Una notte da leoni ha fatto piombare addormentato tipo ghiro in letargo che beve camomilla e assume valeriana in quantità industriali. Penso che non faccia ridere. Penso che sia anzi un film un po’ tristanzuolo. Mi ha fatto più ridere il trailer di Sole a catinelle che l’intera trilogia di Una notte da leoni – la quale però, soprattutto in Rete, patria della Nuova Kritika Ke Konta e di una pletora di opinionisti della domenica sera prima dei gol della serie A, è considerata il punto d’incontro ideale tra risate e amarezza. L’unica amarezza che provo io è per coloro che promuovono le cose che fanno ridere LORO come se la LORO risata fosse una realtà assoluta. Tanta gente ride per Zalone? Bene! Il riso fa buon sangue! Anche il vino fa buon sangue! E buon sangue non mente! Quindi in vino veritas!

Quelli che «solo gli scemi ridono per queste commedie»

È vero! Diciamoglielo, a questi che si divertono, quanto si stanno sbagliando! Divertirsi, l’ho studiato all’università, fa male al cuore, alle giunture delle ginocchia e pure alla macchina del caffè: l’altra sera ho rivisto Amici miei e il giorno dopo la mia Nespresso non faceva più il cappuccino con la schiumettina buona. Mai andare al cinema a vedere una commedia: il cinema è cultura, la cultura è crescita personale, la crescita personale è dolorosa, il dolore è una cosa seria, la risata una cosa frivola, se ne deduce che il cinema è una cosa seria e dolorosa e Checco Zalone è una cosa frivola.

Dopodiché andate fuori da una sala dove proiettano La vita di Adele e una dove proiettano Zalone, e studiate le facce di chi esce: davvero, in un momento storico così deprimente per il nostro Paese, andarsene dal cinema con un sorriso stampato in faccia è un male?

Quelli che «eh ma 1.200 sale sono troppe»

Cari. Amori. Ciccini belli. Adorabili ingenuotti che non siete altro. Che ancora pensate al cinema come a un’Arte Pura e Incontaminata. Che esultate quando Cronenberg insulta Kubrick dandogli del «regista commerciale» e vi accarezzate pensosi la barba riflettendo su quanto la monetizzazione costante di un’espressione artistica la stia trascinando sempre più rapidamente in un baratro di prequel sequel reboot remake e meno male che c’è qualcuno che dice le cose come stanno signora mia che quando ero piccolo io saltavo i fossi per il lungo ma con atteggiamento neorealista.

Forse non avete capito, bellezze di mamma, che quando parliamo dei film che arrivano in sala non stiamo parlando, non abbiamo mai parlato, di artisti maledetti e spiantati che danno sfogo alla propria psiche e alle proprie esigenze espressive nel più totale disinteresse per la reazione altrui e per un’eventuale monetizzazione della stessa. Il cinema inteso come “luogo dell’anima che poi nascono i film” è un’industria, composta per il 99% da gente che deve pagare il mutuo, comprarsi panini alla mortadella, fare benzina, rinnovare l’abbonamento dei mezzi. Il cinema inteso come “luogo fisico che poi ci vado a vedere i film” ancora di più: se si può con un certo sforzo di immaginazione convincersi che pure l’ultima delle maestranze di Kubrick facesse quel lavoro in nome dell’Arte, provate a spiegare al gestore di un multisala che no, non deve mettere Checco Zalone in programmazione perché toglie spazio al Grande Cinema. Meglio: provate a togliere Checco Zalone dal cartellone di un multisala e a sostituirlo con lungometraggi di sette ore in bianco e nero camera fissa puntata su un ragno che tesse la sua tela e un voiceover che filosofeggia di gnoseologia e dei legami concettuali tra il post-astrattismo della scuola di Busto Garolfo e l’uso del dolly da parte dei registi della Nouvelle Nouvelle Vague congolese.

Fatelo. Provateci. Ci rivediamo tra due mesi quando tutti i cinema d’Italia saranno falliti miseramente e la Nouvelle Nouvelle Vague congolese sciacquata via dalla memoria collettiva come una cimice nel water.

Quelli che «eh facile fare questi incassi con questa copertura»

Sapete quanto ha incassato di media per sala Sole a catinelle? Quasi 17.000€. Sapete quanto ha incassato per sala Cattivissimo Me 2, secondo classificato dietro Zalone? 3.500€. Sapete quanti spettatori hanno visto Zalone nei primi giorni di programmazione? Quasi 3 milioni. Sapete quanti bla bla Cattivissimo Me 2? 230.000.

Ricollegandomi anche a quel che dicevo prima, semmai a me continua a sembrare che 1.200 sale, di fronte a risultati di questo tipo, siano poche piuttosto che troppe.

Quelli che «eh ma che palle in Italia si fanno solo commedie, che fine hanno fatto i bei film seri italiani di una volta?»

A parte l’odioso pregiudizio tutto italiano che «se stai facendo ridere non stai facendo arte», provate a proporre la vostra obiezione al signore qui sopra. O ad Alberto Sordi. O a Mario Monicelli. O a Woody Allen, a Groucho Marx, a BOCCACCIO perdìo! Davvero, provateci a sostenere questa tesi che la commedia è ontologicamente inferiore al dramma.

Se vi va bene, la risposta sarà una sonora risata in faccia.

 

Quelli che «eh ma Checcuccio Zalone uccide il cinema italiano di qualità»

Epperò porta soldi al sistema, soldi che con un po’ di attenzione e logica nella gestione delle risorse potrebbero venire redistribuiti e messi a frutto da registi di ogni estrazione, magari persino fare da motore per una rinascita del cinema di genere nel nostro Paese, schiavo, almeno al cinema, di una pletora di drammi piccini con mogli isteriche che fumano sigarette in tinelli squallidi mentre il marito ha perso il lavoro il figlio si droga il cane ha l’AIDS dei gatti e non si capisce perché e il pesce rosso è morto soffocato dal suo stesso sterco.

Voglio dire: se non capite che UNA VALANGA DI SOLDI non può che fare bene a un sistema tutto, se non capite che nella migliore e più snob delle ipotesi il film di Zalone può essere non il traguardo ma un viatico per il cinema “”"serio”"” e “”"impegnato”"”, se non capite che lamentarsi del record di incassi di un film che non vi piace è come quel marito che per punire la moglie si tagliò via et cetera, se non capite tutto questo per me potete tenervi i vostri tinelli e le vostre Diana rosse senza filtro su sfondo di crisi economica, e lasciare in pace chi dalle Diana rosse vorrebbe psicologicamente staccare, per almeno un’ora e mezza, ed è pure disposta a cacciare del preziosissimo denaro per farlo.

Però a questo punto, cari i miei onnipresenti Soloni di Internet, esigo che ve ne andiate in massa a premiare il cinema italiano d’autore e di qualità, e che il prossimo lunedì le notizie sul box office italiano siano tutte variazioni su questo tema: «Il Something Good di Barbareschi sbanca il botteghino. “Finalmente in Italia si coniuga arte e impegno civile” il commento della Rete».

Altrimenti siete tutti chiacchiere e distintivo.


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