Amore ed Etica

In quanto regista di documentari, e a volte anche in quanto spettatore, spesso mi è capitato di pormi una domanda che mi fa molto pensare: che diritto ho io (o il regista del film che sto guardando) di filmare e quindi di “rubare” un pezzo della vita di una persona per riportarlo in un film e condividerlo con il resto del mondo? Spesso non ci si pensa ma l’atto di filmare qualcuno ha inevitabilmente delle conseguenze. A volte positive, come il far conoscere un grave problema sociale prima sconosciuto e quindi provocare dei cambiamenti, altre volte negativi, come obbligare un personaggio a lasciare il proprio paese per non ritornarci mai più.

Sono domande importanti, fondamentali anzi, che ogni regista dovrebbe porsi prima di affrontare un documentario. Il regista Audrius Stonys ha riassunto perfettamente questo quesito con una metafora: una persona si trova davanti ad una casa in fiamme con una telecamera in mano. La ripresa della casa in fiamme è fondamentale per la buona riuscita del suo film; senza quell’inquadratura il film non sarà completo. Ma all’interno della casa c’è un gattino che sta per morire bruciato e lo si può vedere dalla finestra. Se la persona lascia la telecamera e va a salvare il gattino è una brava persona. Se rimane al suo posto e schiaccia REC è un bravo documentarista.

Il gattino è in basso a sinistra

Il gattino è in basso a sinistra

Quindi la domanda è importante, ma non sempre c’è una risposta, tantomeno una risposta giusta. Nel documentario Sonita (diretto dalla regista iraniana Rokhsareh Ghaemmaghami, vincitore dello scorso Sundance Film Festival e probabile candidato ai prossimi premi Oscar) la protagonista, una giovane ragazza afgana che vive in Iran e vuole diventare una rapper, -INIZIO SPOILER- rischia di essere riportata in Afghanistan per essere venduta e data in sposa ad un uomo molto più vecchio di lei. A poche ore dalla partenza prevista per Kabul, la regista del documentario ha raccolto i soldi necessari per “comprare” dalla madre di Sonita altri sei mesi di libertà, permettendole così di andare a studiare negli Stati Uniti e di coronare il suo sogno. -FINE SPOILER-

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Sonita

Questa scelta (che viene mostrata esplicitamente all’interno del film) non è sicuramente canonica secondo l’etica documentaristica, dal momento che la regista non si è limitata a documentare la vita, ma ci si è intromessa, influenzandola e deviandone totalmente il percorso. Ma è giusto giudicare e criticare la regista per questa scelta? Perché in questo caso non ha soltanto salvato il suo film (perché se Sonita fosse partita per l’Afghanistan il film non ci sarebbe stato) ma anche la vita del suo personaggio. La sua è stata, almeno secondo il mio punto di vista e la mia coscienza, una scelta etica, umana e giusta. Penso che la risposta che più mi convinca quando mi pongo questa eterna domanda stia proprio li: è una scelta giusta? mi sentirò con la coscienza a posto dopo averlo fatto?

Oggi pomeriggio ho visto un altro documentario, il quale secondo me ha risposto ALLA GRANDE a questa domanda. Si tratta di Cameraperson, primo film da regista dell’operatrice (o cameraperson come suggerisce il titolo) americana Kirsten Johnson, nota per aver effettuato le riprese di documentari come il premio Oscar “Citizenfour” di Laura Poitras o “Fahreneit 9/11” di Michael Moore.

In Cameraperson, Kirsten Johnson ha raccolto brani di “girato” tratti da 25 anni di riprese e li ha messi in sequenza secondo una logica apparentemente casuale, dal momento che non sono né in ordine cronologico né tematico, bensì profondamente emozionale. Immagini iconiche, che ormai fanno parte dell’immaginario collettivo, come Ground Zero o la prigione di Guantanamo, vengono accostate assumendo nuovi ed inaspettati significati.

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Kirsten Johnson al lavoro

Il filo conduttore è ovviamente lei, Kirsten, che sta sempre dietro alla telecamera e quindi non viene mai vista (tranne in un bellissimo e commovente momento in cui si mette davanti allo specchio insieme a sua mamma malata di Alzheimer) ma sempre sentita, con i suoi commenti off camera, nei quali si stupisce, commuove o gioisce insieme al soggetto che sta filmando. In tutte le scene del film è impossibile non sentire l’amore che questa straordinaria camerawoman prova per i personaggi che sta filmando e per le storie che sta raccontando. E’ evidente che lei non è li per rubare un momento della vita di qualcuno, bensì per condividerlo e farne parte.

C’è un momento in cui il suo obiettivo è puntato su degli uomini che camminano per le strade di Sarajevo, e qualcuno le chiede se pensa sia giusto filmare qualcuno a sua insaputa ed inserirlo all’interno di un film. Kirsten risponde in un modo meraviglioso: in teoria riprese di persone fatte in un luogo pubblico sono di dominio pubblico e quindi legalmente permesse, tuttavia, ogni volta che inquadro qualcuno cerco sempre di incrociare il suo sguardo, con il quale gli chiedo tacitamente, tu lo sai che ti sto filmando, vero?

cameraperson

Cameraperson

Quindi, malgrado io non abbia ancora trovato una risposta a questa domanda che funzioni sempre, in tutte le situazioni, penso di poter dire con una certa sicurezza che quello che fa la differenza quando si fa un documentario sia l’amore: quando ci sono amore, rispetto e comprensione verso i personaggi da parte di chi sta dietro alla telecamera, difficilmente verranno fatte delle scelte che possano essere considerate sbagliate.


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