OscarSoStupid: la scandalosa esclusione di The Hateful Eight dalle nomination che contano

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NO SPOILER! Sono davvero furiosa. Indignata con l’Academy per aver escluso il western kolossal di Quentin Tarantino dalle nomination che contano davvero: film, regia, sceneggiatura. Sono giorni che documentiamo la polemica #OscarSoWhite lanciata da Spike Lee con il conseguente boicottaggio, ma dopo aver visto finalmente The Hateful Eight (qui la recensione di Giorgio Viaro) ieri all’Arcadia di Melzo in 70 mm (perché a differenza di tanti colleghi mi sono rifiutata di vederlo in anticipo scaricato, per godermelo così come il regista voleva servircelo), più che di Oscar troppo bianchi parlerei di Oscar troppo ingiusti nei confronti di Tarantino.

Quanti registi di oggi sono capaci di “apparecchiare” uno spettacolo del genere? Tutto è predisposto per il godimento dello spettatore, allestito come uno spettacolo teatrale e quindi con il ritmo lento che al teatro compete, ma senza un attimo di noia, con anzi la suspense di un kammerspiel à-la-Agatha Christie. È come se Tarantino ti invitasse a metterti comodo in poltrona, con quei cartelli dal sapore retrò che dividono un atto dall’altro; c’è persino un’ouverture con la macchina da presa che inquadra il disegno di una diligenza e la musica di Morricone ad avvertirti che stai per immergerti in uno spaghetti western alla Leone e che l’immersione sarà totale, aiutata dal formato gigante che ti permetterà di seguire senza fatica tutti gli “otto odiosi” personaggi in scena, sia quelli in primo piano sia quelli sullo sfondo.

Ma messi da parte gli aspetti formali che sono pazzeschi, mi chiedo chi altri oggi abbia la capacità di intrattenere una platea per tre ore di dialoghi-fiume senza annoiarti, mettendo a tema l’America in toto: il sistema di giustizia; la coesistenza durissima di bianchi, negri e messicani…; la violenza spicciola come  principale forma di “linguaggio”; la “nascita di una nazione” operata da cacciatori di taglie, banditi della peggior specie e sceriffi improbabili; l’esecuzione capitale (con quel dialogo splendido sulla pena di morte che è giustificabile solo se il boia è lucido e non coinvolto personalmente); la frattura tra Nord e Sud, tra democratici e repubblicani; e il doversi sempre fingere altro o di avere rapporti speciali per tirare a campare.

E poi c’è quella scena pazzesca (giuro: niente spoiler!) in cui un nero umilia un bianco nel peggior modo in cui un uomo possa essere umiliato, scandita da un monologo incredibile, disturbantissima, che sembra prenderti a schiaffi. E, a conclusione del film, sei lì a domandarti come l’Academy abbia potuto snobbare l’interpretazione di Samuel L. Jackson che di quella scena è lo scheletro e la carne. Se c’era un afroamericano da nominare quest’anno insieme all’Idris Elba di Beasts of No Nation (anch’egli impegnato in un ruolo respingente) era sicuramente lui. Ma niente, evidentemente i votanti non hanno gradito.

Non si può dire che gli Oscar siano razzisti (tanto che probabilmente riempiranno di premi il messicano Inarritu), ma miopi o – forse sarebbe meglio dire – con la vista annebbiata dal senso di spaesamento che i film di Tarantino suscitano. Il suo antirazzismo/antischiavismo non è quello classico e “patinato” di un film come 12 anni schiavo, ma è quello sporco, grottesco e scorretto di Django o di The Hateful Eight, in cui al nero spettano anche i ruoli odiosi come quello dello “schiavo ruffiano”, sempre affidato a Samuel L. Jackson, che danno fastidio anche ai neri, come a Spike Lee che di quel film aveva parlato male, come se Tarantino si fosse assunto un compito che non spettasse a lui.

Era ora che l’Academy svecchiasse le sue regole e permettesse a membri più giovani di accedervi, perché è necessario che persone dalla mentalità più aperta possano esprimere la loro opinione e riconoscere la qualità aldilà delle posizioni ideologiche. È mai possibile che un film debba essere ostracizzato, perché il suo regista si è permesso di polemizzare contro la polizia e che quest’ultima si sia vantata di essere riuscita a danneggiare il film? Ecco perché Tarantino piace così tanto agli europei, perché è necessario il nostro distacco per apprezzare l’obiettività e l’imparzialità dello sguardo di Tarantino, uno sguardo che all’America non fa nessuno sconto e che sa mostrarne il marcio senza nessun pudore.

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