Black is the new Black: dagli Emmy a Ghostbusters la parola d’ordine è diversità

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Black (e non orange) is the new Black. Ovvero, il nero è il nuovo nero, il colore che sta bene con tutto. Viola Davis ha trionfato agli Emmy Awards di stanotte, vincendo come miglior attrice protagonista per la serie drammatica Le regole del delitto perfetto di Shonda Rhimes, potentissima showrunner afromericana. Un risultato che è entrato nelle pagine della storia, perché mai prima d’ora un’attrice nera aveva ottenuto un simile risultato. Le toccanti parole dell’attrice, cariche di emozioni, hanno espresso tutta la fatica affrontata rispetto alle altri attrici hollywoodiane, per emergere, tanto da spingerla a ringraziare soprattutto quegli autori che hanno saputo creare ruoli di valore per interpreti come lei: «La linea che separa le donne di colore da tutte le altre sono le opportunità. Non si può vincere un Emmy per ruoli che semplicemente non esistono. Quindi, questo è per tutti gli sceneggiatori, le persone meravigliose che sono Ben Sherwood, Paul Lee, Peter Nowalk, Shonda Rhimes. Persone che hanno riscritto la definizione di essere bello, essere sexy, essere donna protagonista, essere nera. E grazie a tutte le Taraji P. Henson e Kerry Washington, le Halle Berry, le Nicole Beharie, le Meagan Good, le Gabrielle Union. Grazie per averci fatto superare quella linea».
Di attori afro nominati ce n’erano ben 18 in questa edizione, ben 6 in più rispetto a quella passata, e a fare compagnia alla Davis in categorie di peso si sono aggiunte le premiate Uzo Aduba di Orange is the New Black e Regina King di American Crime, due altre attrici coloured e bravissime come lei.

GIRL POWER
Qualcosa è cambiato in quel di Hollywood e riflette un cambiamento più globale. Ne parlava tempo fa il capo della divisione fumetti della Marvel, quando il dipartimento comics della Casa delle idee cominciava a lanciare nuovi albi a target “rosa”, come la versione femminile di Thor o l’albo su Spider-Woman, per non parlare dei progetti cinematografici o televisivi come Captain Marvel, Wonder Woman e Supergirl.

Ne parlava anche John Lasseter a maggio (“Disney/Pixar punterà sempre di più su personaggi femminili e/o di origini etniche diverse”), vedi Moana e in ambito superhero Black Panther. Perché le donne (e gli uomini) di altre etnie (con la loro crescita demografica) devono andare a ingrossare le fila potenziali spettatori e vanno quindi studiati nuovi modelli cinematografici e televisivi in cui possano riflettersi: uno per tutti la super manager Olivia Pope di Scandal. Non più le domestiche bistrattate di The Help, ma una donna in carriera, con potere di voto, portafogli pasciuto e guardaroba da Sex and the City, una vera “riabilitazione” per l’America black.

Se – consentiteci una semplificazione – con la Davis, la Washington e Taraji P. Henson si punta al massimo della diversity, è la donna – comunque – il vero e nuovo obiettivo dichiarato di Hollywood, e dei grossi studios, capaci di rischiare il tutto per tutto nel raccontare il mondo delle emozioni di una ragazzina delle medie, come in Inside Out, o di subire mesi e mesi di proteste per la versione “al femminile” di Ghostbusters (che tanti puristi ha fatto arrabbiare), perché non si punta semplicemente alle donne, ma a quelle donne che non potranno mai indentificarsi con determinati stereotipi (con l’allarme obesità sempre dietro l’angolo in Occidente), e che sono la maggioranza. Non è un caso che la testa d’ariete di questo cambiamento sia la grassottella Melissa McCarthy, già agente speciale anomalo e improbabile di Spy e ora acchiappafantasmi in compagnia di un’altra non classica bellona come Kristen Wiig (insieme hanno condiviso il successo di Le amiche della sposa, di certo non “la solita commedia romantica americana”).

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LADIVERSITY SPOPOLA

Ovunque e a tutti i livelli. Il pubblico, o quanto meno una parte di esso, è stufo marcio di personaggi siliconati, artificiosi, patinati. Vuole i Tyrion Lanniester vuole i Morten Pfefferman di Transparent o i personaggi di American Horror Story: Freak show: un nano arguto e introspettivo, un trans che getta la maschera in tarda età o un circo di freaks. C’è qualcosa di più trasgressivo ed espressivo del “diverso”?

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Ci-vengono ancora in mente la top model curvy Tess Hollyday, taglia 56; Chantelle, la prima modella con la vitiligine e testimonial di Desigual; e Misty Copeland, la prima étoile di colore nella storia dell’American Ballet Theater.

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Qualcosa è decisamente cambiato.  A ruota, il cinema e la tv in parte si adegua, ma molto più spesso anticipa i fatti: vi ricordate il presidente nero di 24, che sembrò quasi profetizzare l’elezione di Obama?. E se è vero che la leva principale di tutto ciò è soprattutto economica, è pur vero che riflette un movimento di pensiero positivo globale improntato ad allargare le maglie e non a restringerle. In cui nessuno debba sentirsi escluso.


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