Che cosa faresti, se fossi rimasto L’ultimo uomo sulla Terra?

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Che cosa faresti se non ci fosse nessuno con cui parlare, nessun confine o barriera, nessuna struttura o gerarchia o autorità, insomma neppure l’ombra di qualcuno al di fuori di te medesimo? A porre la domanda è il nuovo serial americano targato Fox The Last Man on Earth, creato da Will Forte e diretto dal duo di The Lego Movie Christopher Miller e Phil Lord.

È l’anno 2020 e le persone sono state letteralmente cancellate da un virus. Ma non immaginatevi un post-apocalittico con cadaveri purulenti ammassati dappertutto e zombie che si nutrono di cervella. Sono semplicemente spariti tutti, come se un’astronave li avesse caricati e trasferiti in un’altra galassia. Tutti, tranne un uomo: Phil Miller (nome di un regista e cognome dell’altro), alias l’attore/ideatore/sceneggiatore Forte, figlio affettuoso di Bruce Dern in Nebraska e solido stand up comedian del Saturday Night Live.

Phil è un uomo sulla quarantina, “che amava sinceramente la sua famiglia (un breve flashback struggente ce lo mostra chiaramente) e odiava il suo lavoro”. Cosa fare ora che ha perso tutto? Il sopravvissuto prima di tutto va a caccia di eventuali superstiti come lui alla guida di un autobus, ma è costretto a depennare uno stato dopo l’altro. Lascia ovunque segni della sua presenza (“Vivo, a Tucson”, scrive sui manifesti un po’ dappertutto) nella speranza che qualcuno spunti fuori dal nulla.
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Nell’attesa, si fa crescere una barba biblica, va in giro in mutande, entra nei centri commerciali sparando alle porte, pasteggia a spaghetti innaffiati da bottiglie di vino da 10mila dollari ciascuna con addosso la vestaglia di Hugh Hefner (uno dei tanti cimeli raccolti in giro per gli States, insieme a quadri di Van Gogh e Monet e arredi della Casa Bianca). E si diverte come può, dando libero sfogo agli impulsi distruttivi. Gioca a bowling usando giganteschi acquari come birilli, fa cozzare le auto tra loro per vederle esplodere, fa incetta di dvd di porno estremo… Non c’è limite alla sua sfrenata libertà ed è più che ragionevole che cerchi di trarne ogni beneficio possibile.

La deriva verso il basso, però, è inevitabile. E inarrestabile. In assenza di acqua corrente ed energia elettrica, Phil trasforma la piscina della sua elegante residenza in una gigantesca toilette a cielo aperto. E si dedica completamente all’alcol con modalità “ingegnose”. Dopo cinque mesi di vita radicalmente solitaria, non si accontenta di parlare con un pallone, come Tom Hanks in Cast Away, ma si circonda di un’intera compagnia di palle “antropomorfe” posizionate nel suo bar di fiducia.

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Più di tutto, gli mancano le donne. Ah, cosa darebbe per poterne rivedere almeno una… È la richiesta che più spesso rivolge nelle sue buffe conversazioni con Dio, in cui spesso fa il bilancio della situazione, cercando di cogliere maggiormente i pro che i contro. Dopo due anni di questa vita solitaria e senza scopo sarebbe pronto a farla finita (“You Win”, dice a Dio), ma qualcosa gli fa cambiare idea…

Le prime puntate di The Last Man on The Earth sono un vero spasso. Rispetto alle aritmiche – e spesso banali – sit-com che solitamente affollano i palinsesti, ha quella marcia in più che appartiene ai fuoriclasse. Quel gusto squisitamente dissacrante e politicamente scorretto che anima fenomeni come I Simpson e South Park, ma anche Curb Your Enthusiasm.
L’ennesima prova che la televisione sa sfornare prodotti più allettanti e originali del cinema? Senza dubbio. Da una parte Forte tira fuori una maschera di keatoniana memoria, che oscilla tra tenero e comico. Dall’altra Miller e Lord dirigono con destrezza – svolgendo il tema: “Cosa significa stare soli tutto il giorno e avere a disposizione tutto il tempo del mondo?” -, accelerando le situazioni quando serve, creando un twist o elaborando una situazione giocosa.

Il pregio più evidente del serial è il sovvertimento dei miti distopici, l’aggiramento dei topoi del survival attraverso la commedia. Forte, Miller e Lord danno una bella scossa alla Tv, recuperando un’idea non nuova ma tremendamente attuale (l’incubo Ebola), con tre episodi ispirati e dai tempi comici perfetti, che spesso – nei toni – strizzano l’occhio ai Coen. In epoca di sovrabbondanza di distopie young-adult (Hunger Games, Divergent, Maze Runner) o di survival-horror a-la-The Walking Dead, TLMOE è una boccata d’aria fresca. Un’Apocalisse in assenza di toni dark e cupezze esistenzialiste, con un protagonista che riafferma giorno dopo giorno la sua volontà di vivere e una qual sorta di ottimismo intrinseco, abbattuto – solo a tratti – da comprensibilissimi momenti di depressione e malinconia.

Speriamo che le serie continui ad avere un buon seguito negli States e che il trio d’autori sappia mantenere questo livello di comicità e di sorprese.

Guarda il trailer:


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