Venezia 71: al Leone servirebbero artigli e denti più aguzzi

ruggito-del-leoneSempre più dura la vita per il direttore artistico di Venezia Alberto Barbera, stretto tra festival che alle major hanno da offrire tariffe più economiche e costi di viaggio più contenuti di quelli richiesti dall’Europa, come Toronto (perfetto come piattaforma pre-Oscar) e New York; e in più insidiato dalle strategie di marketing degli studios, oscillanti tra problematiche di spending review e tattiche distributive.
Fatto sta che gli americani a Venezia ci vanno più malvolentieri o meno di prima, meno di quando – per non menare troppo il can per l’aia – il più esterofilo e “popolare” Marco Mueller riusciva ad allestire cartelloni con presenze più glam e prestigiose.
E non siamo di quelli che sostengono che un festival senza “divume” e grandi eventi non possa offrire qualità, ma è un peccato trasformarsi nel Festival di Berlino, se sei grandioso come Venezia; ecco perché quel continuo mettere le mani avanti alle conferenze stampa ufficiali del padrone di casa del Lido non ci entusiasma: «Non è vero che non ci sono i divi. Abbiamo Al Pacino, Emma Stone eccetera eccetera. Ma non ha senso fare un festival con i film più attesi, abbiamo accentuato la dimensione della ricerca…». Perché non avrebbe senso fare un festival con i film più attesi? Non significa che siano necessariamente più commerciali o non meritino di essere lanciati. O è forse la solita storia della volpe e l’uva, per cui si dichiara come poco allettante qualcosa che non si riesce a ottenere? E perché mai per accentuare una dimensione, bisogna automaticamente eliminare l’altra, ovvero quella della spettacolarità? C’è già Torino a pensare assiduamente alla ricerca, tra l’altro con alle redini un nuovo direttore artistico come Paolo Virzì, che ci sembra saper conciliare bene spettacolo e cinefilia, perché far mettere la retromarcia a una kermesse che negli ultimi dieci anni aveva saputo mixare l’autorialità più radicale e lo spettacolo?
Venezia 71 puntava su Paul Thomas Anderson e il suo Inherent Vice, che invece gli hanno preferito New York, eppure nel 2012 (nel primo anno post-Mueller) l’eccentrico e ostico Paul aveva fatto omaggio – seppur dopo molti capricci – del suo The Master al cartellone veneziano, tra l’altro filmato in 70mm e pertanto bisognoso di un proiettore ad hoc. E forse si sarebbe dovuto sedurlo meglio per convincerlo a tornare. Il New York Film Festival ce lo ha soffiato da sotto il naso, perché i vertici del festival della Grande Mela stanno investendo molto e vogliono aumentarne il prestigio e l’autorevolezza, tanto da essersi aggiudicati anche il Gone Girl di Fincher, altra perla sfuggitaci di mano. Continuiamo così, facciamoci del male, così presto avremo tantissimo tempo a disposizione per accentuare la dimensione della ricerca…
La nostra è una provocazione, ovviamente, ma anche una sentita preoccupazione per una manifestazione che ha saputo davvero dare del filo da torcere ai cugini francesi della Croisette e che ora sta mutando progressivamente profilo. Anche se, a essere del tutto onesti, il concorso di quest’anno è decisamente buono (guarda qui il programma completo): Inarritu, Fatih Akin, Roy Andersson, Abel Ferrara, Andrew Niccol, Konchalovsky e Tsukamoto, solo per citare alcuni dei più celebri e solidi autori, per non dimenticare poi Kim Ki-Duk ai Venice Days, e – quanto agli italiani – Saverio Costanzo, Munzi e Martone in concorso e giovani interessanti come De Matteo e De Angelis nelle altre sezioni. Tra questi nomi si nasconde il Leone d’Oro che scopriremo solo il 6 settembre, quando avremo un quadro d’insieme dei film davvero completo (sulla carta chi avrebbe scommesso su un film di 3 ore di Kechiche? Eppure a Cannes dell’anno scorso La vita di Adele non ha avuto rivali), ma pur non dubitando sulla qualità di queste opere, al programma sentiamo mancare quel paio di nomi che sanno scaldare il cuore del cinefilo: un Fincher o un Anderson avrebbero trasformato il volto dell’edizione 71. Vi torneranno habitué come Clooney? Vi rivedremo un Malick?
Le contingenze sfavorevoli e le politiche di safe cost non aiutano, ma anche la linea editoriale ha il suo peso. A nostro parere l’attuale direttore ha suoi gusti personali che restringono la scelta e portano a selezioni insolite, come includere il bellissimo Locke nel Fuori concorso e scegliere invece un documentario come Sacro GRA (tanto da favorirne la vittoria finale) o, peggio, un’opera ostica come La moglie del poliziotto per il Concorso 2013, mentre il precedente maestro di cerimonia (che pure aveva i suoi gusti estremi e la fissa sinologa) sapeva allargare incontrando il gusto del pubblico, magari anche per scaltrezza e cura dell’immagine, ma indovinando quelle che devono essere le caratteristiche di un grande festival di cinema.
Non auspichiamo nessun cambio al vertice, non abbiamo maggior simpatia per l’uno o per l’altro, ma ci auguriamo che il Leone cerchi di catturare le sue future prede con maggiore aggressività e convinzione.


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