Leo, why so serious? #Provaaprenderlo

Ma davvero ci ha creduto? Davvero ha passato gli ultimi giorni pregustando il momento in cui avrebbe stretto tra le mani quell’oggetto del desiderio che continua a sfuggirgli di mano, nomination dopo nomination? Possibile che l’entourage che gli si stringe intorno non gli avesse raccomandato di non farsi alcun tipo d’illusione e di buttare nel tritarifiuti le zampe di coniglio. Eppure Leo (il corpo tradisce più delle parole) covava in fondo la speranza…

Lo abbiamo letto in quel volto sofferto, in quel fair play troppo contenuto per riuscire a nascondere la fatica del controllo e dell’autocontegno. Lui sperava ancora. Non si era rassegnato all’evidenza dei fatti. Era così convinto dell’eccezionalità della sua prova da aver indotto col suo entusiasmo la Paramount Pictures a promuovere la sua candidatura, tanto che la casa aveva diffuso un bel promo (For Your Consideration) che riassumeva la sua performance funambolica e debordante di The Wolf of Wall Street nelle settimane precedenti alla grande Notte. Come se avesse potuto davvero fare la differenza…

Ma come aveva potuto illudersi anche solo per un attimo che un’istituzione, che da quasi un secolo difende un cinema tradizionale, per famiglie, emotivo, tutt’al più spettacolare, con pochissime eccezioni (Non è un paese per vecchi è una delle scelte più coraggiose) potesse prendere seriamente in considerazione un film che si apre con lui che sniffa cocaina dai recessi più intimi di una donna, che si fa infilare tra le chiappe un candelotto rosso acceso, che gozzoviglia tutto il tempo senza la minima crisi di coscienza tra corpi di femmine a pagamento, pasticcone di stupefacenti e “tiro del nano”? Credeva che per quell’outstanding performance l’Academy si trasformasse per una notte – la Notte che gli hanno rapinato – nel libertino Festival di Cannes? Credeva forse di star concorrendo ai Cesar? Eppure aveva già usmato qualcosa quando l’avevano premiato ai Golden Globes come “comedian”, offendendolo.

McConaughey è stato il prescelto da sempre.  Da subito. Inanzitutto perché malato (Qualcuno volò sul nido del cuculo, Il mio piede sinistro, Shine, Rain Man vi dicono qualcosa?), ma soprattutto perché emblema di un caso di redenzione perfettamente riuscito, espressione massima di quel percorso di espiazione che è il tema più amato dalla tradizione religiosa giudaico-cristiana e dalla Settima Arte occidentale. Un cowboy macho e omofobo, che diventa un dispensatore di salute e una figura caritatevole a servizio del prossimo e alla fine per giunta si dispera per la morte dell’amico-socio travestito Rayon (Jared Leto) solleva in alto gli spiriti. Jordan Belfort no, non si pente, non davvero, non abbastanza, qunto meno non nel film di Scorsese (nella vita forse), quanto meno per la maggior parte della critica americana che ha accusato il film di dipingere il mondo della finanza corrotta come troppo affascinante e patinata.

 

 

 

 

A farne le spese è stato il povero DiCaprio, rimasto inerme a vedere il collega, per giunta stimato (la scena del “mmh” è un’invenzione di McConaughey che lo ha mandato ai matti), soffiargli di mano – con un senso di colpa leggero liquidato da un abbraccio consolatorio – la statuetta scappatagli di mano per la quarta volta. Un abbraccio  che a Leo è pesato come un’incudine sullo stomaco. A cosa è servito trascinarsi sul selciato in preda al qaalud, ballare la break dance, disfarsi di ogni inibizione e di ogni perbenismo, passare al lato oscuro della Forza molto più di quanto non avesse già fatto con Tarantino? A cosa? Per forza che poi uno minaccia di abbandonare il cinema un anno sì e uno no.

DiCaprio vs. McConaughey non è poi così diverso da Obama vs Romney agli occhi degli americani, che applicano la stessa serietà sia che votino per il loro presidente che per il loro miglior attore. DiCaprio/Belfort non avrebbe mai potuto rappresentarli come amano vedersi: un popolo che anche quando cede alla tentazione del peccato sa ritrovare la retta via. E allora al diavolo Belfort, Wall Street, la regia magistrale di Scorsese e il cinema d’autore! All right! All right! All right!

Concludendo: l’Oscar per DiCaprio è diventata una bestia nera. Parafrasando il titolo di un suo vecchio film, per quanto provi a prenderlo, continua a sfuggirgli.

 

 

 

 


Un commento a "Leo, why so serious? #Provaaprenderlo"

  • the-departed :

    Lui non ha mai detto di voler lasciare il cinema.
    E’ solo che quando gira troppi film, uno dietro l’altro, si prende un periodo di pausa per dedicarsi ad altri progetto che ha dovuto lasciare da parte, come le cause ambientali.
    Sogna di recitare da quando era bambino, ama troppo il cinema per lasciarlo perché non vince un Oscar. Alla fine che gli importa della statuetta quando i più grandi registi e attori americani non fanno altro che osannarlo?
    E poi sapeva già che non avrebbe vinto, un mese fa circa ha dichiarato che si aspettava di perdere.
    Ormai, secondo me, si è quasi rassegnato anche lui.

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