CANNES 2013: I MIEI COLPI DI FULMINE (o anche: Le “mie” Grandi Bellezze)

Non sono certo la prima a scrivere quanto il programma di Cannes 2013 sia stato dannatamente buono. Chi avrebbe detto poi che il palmares avrebbe accontentato così largamente i miei gusti? Solitamente si è solo parzialmente d’accordo con la giuria e si finisce un festival borbottando tra sé e sé o con i colleghi che quel tal film avrebbe dovuto essere trattato meglio e quel tal altro ignorato, e così via. Ma sarebbe ingiusto e impossibile lamentarsi dell’ottima selezione operata quest’anno da Freamaux & Co. e proiettata sotto gli occhi di Paul Newman e Joanne Woodward
Premi a parte, infatti, è stata un’edizione fatta di colpi di fulmine e di titoli per cui ho fatto letteralmente il tifo. Film che infondono la speranza nella Resistenza di un cinema non schiavo delle logiche del marketing e azzavorrato da plot carta carbone e cliché. Una splendida annata: raffinatissima, intelligente, a volte provocatoria, con pochissimi passi falsi.

 

Il mio primo colpo di fulmine me l’hanno regalato i Fratelli Coen, che nella serata conclusiva si sono aggiudicati il Gran Premio della Giuria. A loro, in ordine di tempo (sono passati il quinto giorno) avrei consegnato la Palma d’Oro, se non fossero arrivate le ragazze de La vie d’Adèle a strappargliela violentemente di mano. E dire che, dopo Il Grinta e aver firmato la sceneggiatura di Gambit, mi aspettavo che riproponessero una delle loro storie strampalate, ma senza più lo smalto di un tempo. Ed ecco che ti arriva Inside Llewyn Davis. Nostalgico nell’essenza – il Village e il folk pre-Dylan – e con un ritorno a una dimensione molto più intima del remake western con Jeff Bridges, è il manifesto poetico della maturità dei Bros di Minneapolis. In pochi ambienti e nell’arco narrativo di una settimana vi si srotola l’avventura professionale e umana di un artista giovane, manicheo e selvatico (la scoperta Oscar Isaac), incapace di svendersi a chi gli propone canzoncine dai testi insulsi (la scena del terzetto con Timberlake e il cante-rumorista è un piccolo capolavoro) e anche alter ego dichiarato dei geniali fratelli del cinema americano, grazie alla cui sfortunata carriera e alle porte sbattute in faccia, i due esplicitano senza remore il loro rapporto con l’industria. A coronare il tutto è una colonna sonora (a cura di T Bone Burnett) che diffonde nell’etere le armonie di canzoni struggenti e meravigliose e quella maestria nello stamparti in testa i volti di personaggi minori ma pazzeschi (leggi alla voce John Goodman).
Per non parlare di quel gatto rosso che è una vera mascotte e anche un omaggio dichiarato, per un film ambientato nel 1961, a quell’altro gatto rosso, la cui fuga per le strade di New York nello stesso anno faceva innamorare George Peppard e Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany.

Al nono giorno di Festival, è arrivato Abdellatif Kechiche, che a Venezia di qualche anno fa mi aveva sedotta con Cous Cous, ma successivamente tramortita con il tracimante Venere nera, tanto da temerne la proiezione interminabile che mi sarebbe toccata da lì a poco (2h 59). E, invece, La vie d’Adèle è un colpo di fulmine (qui la mia recensione) che ti fa girare la testa esattamente come succede alla ragazza protagonista con la misteriosa ragazza dai capelli blu. Qualunque sia il proprio orientamento sessuale, si è sbattuti con veemenza indietro nel tempo, all’epoca del primo amore, con tutti i sintomi del caso, senza più badare al fatto che la rapacità dell’atto erotico veda protagoniste due ragazze, ma venendo calati nella dimensione del sentimento ineluttabile, che infatti si porta via la 16enne Adèle, tanto da spezzarla quando l’amore sarà finito. Un film che è “una fucilata al cuore”, a cui è praticamente impossibile restare indifferenti, com’è successo alla giuria di Spielberg, il quale ha infatti spiegato: «La Palma al film di Kechiche non è un premio politico. Noi abbiamo votato una grande storia d’amore, un film autentico e coraggioso, in cui le nozze gay non c’entrano», dichiarazioni cui hanno fatto eco le parole di Nicole Kidman: «La Palma appartiene alla storia che più ci ha toccato il cuore». Tutto giusto, ma senza quelle due straordinarie interpreti, la diciannovenne rivelazione Adèle Exarchopoulos e la più matura Lea Seydoux (che infatti sono state incluse – caso rarissimo – nella Palma a sottolineare che insieme al regista fanno indissolubilmente parte del film), il film non sarebbe mai stato lo stesso. Avercene noi un’attrice di quell’età con anche solo un terzo di talento e coraggio… Con i loro corpi bellissimi e avvinti, “colti” da Kechiche nel momento dell’estasi, hanno certamente scatenato prurigini e istinti vouyeuristici, messi in secondo piano dalla bellezza dei sentimenti raccontati. Guai a liquidarlo come una lesbo-story.

Arriva dal Giappone il film Premio della Giuria, Like Father, Like Son, con quella storia di scambio di culle e conseguenti problemi etici. Ovvero, cosa fare quando scopri che il figlio che hai allevato non è tuo? Che altri si stanno prendendo cura del tuo sangue? Cosa fare? Cedere chi ami a degli estranei per la supposta superiorità dei legami di sangue? Tenerti il figlio allevato, rinunciando a chi hai portato davvero in grembo?
In mezzo ci sono i sentimenti dei grandi defraudati, ma soprattutto dei piccoli – innocenti vittime – che non capiscono i comportamenti degli adulti (e infatti non smettono di chiedere: «Nande?», dice continuamente uno dei due al nuovo padre. Ovvero: «Perché?». Perché non posso andare dai miei genitori? Perché tutt’a un tratto devo chiamare papà e mamma due estranei? Perché non posso andare a casa mia?
Un film intelligente e ben diretto, che ha stimolato il dibattito e la curiosità, mettendo in luce ancora una volta la vitalità del cinema nipponico.

Uno degli innamoramenti istantanei di cui sono stata vittima in questo Festival è stato Un chateau en Italie di Valeria Bruni Tedeschi. Che il soggetto in questione sia un po’ folle lo denunciava già il precedente film: È più facile per un cammello…, dove metteva in scena la famiglia e faceva fare alla sorella Carlà la parte della stronza. Qui prosegue sullo stesso solco, con un’onestà deflagrante e dagli effetti esilaranti.
Ciò che colpisce di Valeria è la sua sincerità totale, quella quasi incoscienza nel mettere in piazza e in scena la propria famiglia, con tanto di mamma (la brava e bella Marisa Borini tanto uguale a Carla).
Sospesa a metà tra Woody Allen e Nanni Moretti, Valeria ride delle proprie nevrosi e fobie, del suo essere una ricca bambina viziata, con sensi di colpa enormi. Non tiene nulla per sé la regista, neppure la liaison (conclusa?) con l’attore francese più giovane Louis Garrel o la morte per Aids del fratello Virginio (Filippo Timi), anche se raccontata con estremo pudore. Tanta ironia, ma anche malinconia e desiderio di maternità come risposta al vuoto, la Bruni Tedeschi, unica regista donna in concorso strappa applausi e standing ovation. Sorrentino sarà anche più bravo a girare, ma il cinema buffo e autoparodico di Valeria è decisamente my cup of tea.


E in questa breve carrellata metto anche Polanski, ma più che per la sua regia o per il divertissement teatrale che mette in scena (uno sfoggio di immodestia aver ridotto ulteriormente i personaggi dai quattro di Carnage ai due di Venus in Fur), per la sua musa ispiratrice, qui straordinaria, ovvero la moglie Emmanuelle Segnier. Ancora straordinariamente bella e sensuale nonostante l’età, con quelle gambe lunghe un chilometro, quello sdoppiamento di personalità continuo tra personaggio interpretato e interprete, vittima e dominatrice, è talmente brava che avrebbe meritato il premio come migliore attrice andato ingiustamente a Berenice Bejo per Le passé, più un contentino ad Ashgar Farhadi (Una separazione) dato fino all’ultimo come favorito che un riconoscimento oggettivo.


Una piccola digressione personale: noi giornalisti abbiamo solitamente accesso alle proiezioni mattutine per la stampa. La prèmiere alla presenza del regista è un lusso che difficilmente ci concediamo. È stata una bella emozione per me e la mia amica Zorni vedere il grande Polanski (80 anni tra due mesi), nell’enorme Theatre Lumière l’ultima sera del Festival – accanto alla moglie che indossava un abito rosso fuoco, con scollatura vertiginosa e spacco da paura. Dopo la proiezione, c’è stata una standing ovation di un quarto d’ora del pubblico che teneva il ritmo con le mani, mentre regista e protagonisti si commuovevano. Uno dei frame più belli che mi porto via da questo Festival.

 

 

 

Concludendo:
di film che mi sono piaciuti in questo Cannes, come dicevo ce ne sono davvero tanti: il cinese A Touch of Sin di Jia Zhangke, il soderberghiano Behind the Candelabra con gli eccellenti Douglas e Damon in versione queer (sebbene la sua origine da film Tv mi spiazzi un po’), il tenero e sghembo Nebraska (meritato il premio al protagonista Bruce Dern) e poi Miele di Valeria Golino nella sezione Un Certain Regard e via così…

Le delusioni me le hanno procurate alcuni autori che amo molto; quelle più cocenti me le ha inflitte James Gray (di cui avevo avevo apprezzato tutti i film precedenti da Little Odessa a Two Lovers), che prima di tutto ha firmato la sceneggiatura dell’anemico Blood Ties di Guillaume Canet e, non contento, gli ha preso in prestito la moglie Marion Cotillard (molto più rigida del solito), per un polpettone di cui non si sentiva l’esigenza come The Immigrant. Anche le aspettative sul Refn di Only God Forgives e sui vampiri di Jarmusch sono state completamente disattese. Chiudo con La grande bellezza, sulla cui bontà o meno si continua a discutere animatamente, ma che è tornato a casa a bocca asciutta, limitandomi a dire che, come Sorrentino in Italia non gira nessuno, ma che continuare a trascurare la storia a favore della potenza delle immagini è un mestiere che non sempre paga.
Arrivederci a Cannes 2014!


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