Cannes : il festival delle capocciate e altre amenita’

Passato il primo giro di boa al Festival di Cannes (14-26 maggio), ecco il mio racconto semiserio della kermesse, dopo 9 giorni sulla Croisette.

COLPI DI TESTA


E’ stato sicuramente il Festival dei colpi di testa. E non nel senso metaforico di sbandate caratteriali o atteggiamenti schizofrenici o bizze da divo, ma letteralmente. Eh si’, perche’ tra l’artista contemporanea di “arte vivente” messa in scena da Paolo Sorrentino ne La grande bellezza che prende la rincorsa e da’ una testata a un acquedotto romano davanti a un pubblico radical chic estasiato; con il povero Grisgris (protagonista del film del Ciad di ieri sera) che da’ di craniate contro la parete, per convincere il piccolo boss locale di essere stato menato dalla polizia, e il Robert Redford di All is Lost di Chandor in mezzo alla tempesta, che sbatte il capo contro alberi della nave e spigoli sottocoperta, non resta che pensare che il vero fil rouge del programma sia proprio la testata…

PIOVE SU CANNES

Piove sui nostri volti silvani, piove sulle nostre mani ignude, sui nostri vestimenti leggeri … scriveva D’Annunzio. Per fortuna non piove piu’. Pero’, ha piovuto, ininterrottamente e a scrosci per ben 5 giorni, sulla SEMPRE soleggiata Costa Azzurra. Tanto da pensare che non ci fosse un domani, di dover tornare a casa o che ci potessero crescere i funghi sulla testa con tutta quell’umidita’ persistente. Ed e’ nei  momenti di difficolta’, quando bisognerebbe essere comprensivi e solidali, che il Festival di Cannes (in quanto entita’) tira fuori tutto il suo elitarismo e la sua crudelta’, il suo essere cosi’ francese. Perche’ lasciare centinaia di giornalisti (moltissimi gli over 60) sotto la pioggia per un’ora e mezza per accedere alla sala Debussy (non enorme per tutti gli accrediti concessi) a vedere la prima proiezione dei Coen Bros.  e ammettere solo i badge bianchi e rosa, piu’ 20, e dico solo 20, tessere blu e’ davvero cosa crudele. Il vero motivo? L’enfatizzazione mediatica dell’evento: “Presa d’assalto la proiezione dei Coen. Tutto Sold Out!”. Vuoi mettere?
Il fatto e’ che quando racconti ad amici, famigliari o fidanzati, la drammaticita’ di passare tutta la giornata sotto l’acqua per accedere alle sale di proiezione, non solo non vieni preso sul serio, ma sei anche rimproverato. Sei l’eletto e il prescelto che e’ a Cannes a vedere i film e le star, quindi “zitto e muori”; che comunque “non e’ la miniera” e “meglio li’ che in ufficio” e “se vuoi facciamo a cambio e tu vieni in cantiere al posto mio”; alla fine, quasi ti tocca chiedere scusa per aver avuto il coraggio di lamentarti e condividi il tuo trauma da atmosfere alla Blade Runner solo con i compagni di disavventura.
Ecco, mentre scrivevo a testa china ha ricominciato a diluviare… Portassi un po’ …..

IL COLORE ROSA (O ANCHE : SE MOLLI, TI TOCCA REINCARNARTI)

Se non hai un badge al Palais du Cinema non entri (io l’ho perso per un quarto d’ora a un’edizione di qualche anno fa e volevano gia’ farmi prelevare dalla sicurezza per sbattermi fuori). Quando ce l’hai, devi subire piu’ controlli che al check in di Malpensa (comprese le perquisizioni delle borse e il controllo con piccoli metal detector portatili, ogni volta che entri; il che avviene almeno dieci volte al giorno ), quest’anno poi con gli aumentati avvisi anti-terrorismo, le code all’ingresso sono diventate interminabili. Sono state persino sequestrate le boccette di profumo di signore inviperite.
Ma il vero problema legato al badge e’ il suo colore, questione annosa e insormontabile, che riconferma l’elitarismo spiccato di cui sopra. Il colore attesta il tuo status nel parco mediatico internazionale. Se fai parte del Gotha, specie cinematografico (Variety, Hollywood Reporter, Screen International…), Cannes e’ casa tua. In caso contrario, la strada e’ lunga e costellata di grandi sacrifici. All’inizio della carriera cannense si parte da un badge giallo, che solitamente costringe a code di almeno un’ora e mezzo, per sentirsi alla fine rimbalzare, quando TUTTI, ma proprio TUTTI gli altri saranno entrati. Delle conferenze stampa non parliamo: persino lo spazzino ha piu’ speranze di te di entrare, almeno per rassettare. E’ una vita d’inferno, ma che ti tempra il carattere e ti spinge al gradino sucessivo: ottenere la tessera blu, quella per i periodici, solitamente la piu’ diffusa  e ambita dai “primini”. Con quella hai ottime possibilita’ di accedere a quasi tutte le proiezioni, tranne quelle prese d’assalto, e alle conferenze stampa di media e piccola importanza ti puoi giocare le tue possibilita’. Ma il vero scatto evolutivo, ed e’ quello che dopo i primi anni di gavetta abbiamo raggiunto, e’ l’ottenimento della tessera rosa, che ti permette di arrivare venti minuti prima dell’inizio del film senza dover fare code interminabili e accedere indisturbati, mettendosi in coda a un orario decente, alle conferenze stampa con star importanti come Di Caprio o Justin Timberlake o Benicio Del Toro. Dopo di noi ci sono le rosa pastigliate (pastille, sic!) e le bianche (ah, il miraggio della blanche).
Per aspera ad astra, dicevano i latini ! Ma noi siamo felicissimi cosi’, perche’ si lavora bene e l’importante e’ scansare in ogni modo la retrocessione.  Gia’ perche’ se l’ascesa e’ un processo lungo e tormentato, tornare indietro invece e’ semplicissimo. Basta non avvisare una volta che si manchera’ per problemi di salute insormontabili, per essere immediatamente declassati e in nessun modo reintegrati, se non forse reincarnandosi!

CAN CANNES!

Ma veniamo al vero motivo per cui siamo qui: i film. Non parleremo dei film brutti, anche perche’ di bruttissimi non ne abbiamo visti per fortuna, magari deboli o pretenziosi, ma brutti no. Qui vogliamo solo raccogliere le suggestioni di questo Festival.
Tra i ricordi piu’ belli che ci porteremo via ci sono le scarpe infradiciate (sara’ per empatia) di Llewyn Davis (che da’ il titolo al film dei Coen), musicista senza una lira interpretato dal bravissimo Oscar Isaac a cui va tutta la nostra simpatia;  lo struggente racconto di Like Father, Like Son, con quel bambino che scappa dal padre, perche’ gli ha preferito il figlio biologico dopo averlo allevato per sei anni; l’autoironia smaccata di Valeria Bruni Tedeschi che scherza sulla sua famiglia e sul suo essere benestante ne Il castello di famiglia;  e poi le battute straordinarie della Ferilli ciaciona di La grande bellezza: da quella sul salvagente che non le fa sudare l’ascella come i braccioli a quella su Pasotti che custodisce le chiavi delle piu’ belle ville romane («Ma che? Fa il portiere?»);

e porteremo sicuramente con noi l’immagine queer di due icone della mascolinita’ come Matt Damon e Michael Douglas, cosi’ bravi nella parte dei gay in Behind the Candelabra di Soderbergh da pensare che non abbiano mai inseguito una pietra verde o siano stati Bourne prima di oggi. Con le loro camicettine elasticizzate anni ’70 e gli anellacci dorati, sono incancellabili dalla memoria… e come tralasciare la bella e dannata Marie di Jeune e Jolie di Ozon, da tutti indicata come “la nuova Brigitte Bardot”. At last but not least, non possiamo mancare di fare un elogio al grandissimo DiCaprio, che nel “non migliore” film di Luhrmann riesce comunque a essere un passo davanti a tutti. Lui si’ grande.

SOLO DIO PERDONA, CANNES (FORSE ) NO

Dunque… Cannes e’ un po’ il festival degli abbonati. Se hai vinto una volta, quasi sicuramente tornerai in concorso quasi tutti gli anni, ma attenzione a commettere troppi passi falsi… Cannes e’ paziente e concede qualche scivolone, ma bisogna evitare di perserverare. Winding-Refn e’ avvertito: celebratissimo per Drive nel 2011, e’ stato comprato quasi a scatola chiusa per quest’edizione (il film poi e’ prodotto da Gaumont), scontentando anche gli ammiratori e soprattutto il feticcio e talismano Gosling, che avendo intuito l’aria sulla Croisette rispetto al film di Refn, Solo Dio perdona, ha ben pensato di starsene sul set del suo debutto da regista, How to Catch a Monster, e mandare una lettera di scuse al Festival…


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