Quel film su Grillo che non si farà mai

Non esprimeremo il nostro giudizio sul risultato elettorale perché non ci compete, qua si parla di cinema, ma lasciateci dire che cosa avrebbero dovuto fare i nostri registi prima di arrivare a questo momento. Mai come ora gli italiani si sono dimostrati confusi e indecisi su chi votare e molti, sempre di più (il 25%), hanno optato per l’astensionismo.
A fronte di uno scenario così appannato ci siamo chiesti cosa stesse facendo il cinema italiano per aiutarci a schiarire le idee. Eppure mai come ora sarebbero state necessarie riflessioni serie e ricerche sui soggetti politici in gara. Chi non avrebbe visto oggi un thriller complottista su un personaggio simil-Monti (Il contabile) o un biopic su Grillo (Il comico)? Perché gli operai dell’Ilva non sono diventati protagonisti di un nuovo La classe operaia non va in Paradiso? Perché il cinema americano può vantare film come Le Idi di Marzo, due Wall Street, The Hurt Locker, L’uomo che fissava le capre, W., Margin Call, mentre noi possiamo giusto citare una manciata di film contro Berlusconi e pochissime pellicole sugli scandali finanziari recenti, tra cui il non riuscito Il gioiellino (sul caso Parmalat) quasi passato sotto silenzio? Perché i nostri autori hanno una passione esagerata per gli anni della Contestazione (Il grande sogno, La prima linea…) e non si concentrano di più sul presente?
E dire che non molti mesi fa la Mostra di Venezia premiava Francesco Rosi come emblema del cinema di impegno civile in cui abbiamo brillato nell’Epoca d’oro. E dire che sul fronte del cinema di denuncia abbiamo prodotto opere incredibili come Il muro di gomma, Cadaveri eccellenti, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto e via dicendo.


I modelli di riferimento ci sarebbero tutti e la materia sarebbe tra le più ricche in circolazione, ma gli ostacoli da superare non sono pochi. Chiedetelo a Domenico Procacci, che per il Diaz da lui prodotto e uscito l’anno scorso – sicuramente una delle eccezioni al discorso che stiamo affrontando – si è visto sbattere centinaia di porte in faccia.
Forse si cade erroneamente nel tranello di pensare che il pubblico italiano preferisca l’evasione all’impegno e che questi film non incassino, ma successi come Gomorra di Matteo Garrone (che con Reality ha già fatto un passo indietro) e Il divo di Paolo Sorrentino (il quale con l’imminente La grande bellezza promette un affresco della Roma “Cafonal”, con probabili annessi e connessi col malcostume italico) hanno dimostrato quanto i nostri spettatori siano al contrario molto ricettivi. Anche noi meritiamo e abbiamo bisogno di avere i nostri Oliver Stone, George Clooney o le Kathryn Bigelow che si gettino in spericolati instant movie come Zero Dark Thirty (il film sulla caccia a Bin Laden nominato agli Oscar).

Non ci bastano più le letture surrealiste morettiane sul “Caimano”, ma bramiamo pellicole più toste che scavino coraggiosamente su quanto ci sta a cuore. Il momento è solenne, ma non è mai troppo tardi per risvegliarsi.


2 Risposte per "Quel film su Grillo che non si farà mai"

  • zorni :

    Credo che la chiave di tutto sia nelle portate in faccia che si è preso Procacci per Diaz… Non tutti hanno il coraggio di mettersi alla berlina. Anzi, sono in pochi, pochissima ad averlo. Almeno in Italia. Visto che altrove le pellicole di denuncia sono all’ordine del giorno. Peccato… Anche perché come giustamente sottolineato da Marita Toniolo la materia prima non manca… Anzi… Oggi più che mai…

  • martinalasteroide :

    Che il pubblico preferisca i cinepanettoni e le commedie italonoiose ormai è la solita retorica che ci propinano seppur consapevoli del fatto che non ci crede più nemmeno mia nonna che ha 82 anni e la quinta elementare. Il conflitto culturale che le produzioni ci somministrano senza implicazioni politiche può oscillare al massimo tra il classicone nord Vs. sud, il gay di città va in provincia (o quello di provincia resta in provincia che anche lì son cavoli -notare che anch’io mi sono appena autocensurata- amari), il laureato al call center che nella prima versione era neo-laureato e nella seconda versione è già bello che 40enne e sempre al call center avendo perso ogni speranza di rivedere la luce del sole. Il tutto prodotto anche con un certo orgoglio. Peccato che di denuncia nella maggior parte ci sia solo quella che tutti i gay e i laureati di nord e sud vorrebbero sporgere verso i produttori. E non sono solo discorsi di principio, i risultati dei botteghini lo dimostrano ampiamente, Diaz in primis. Diciamo la verità, che siamo un paese basato su una democrazia apparente. Ricordiamoci che prima di Berlino Procacci non è riuscito a trovare neppure un co-produttore che fosse disposto a imbarcarsi nel progetto, gente che non ha voluto nemmeno leggere la sceneggiatura sapendo le implicazioni politiche a cui si andava incontro. Che poi Diaz sia stato criticato di non aver espresso a pieno Genova01 è a mio avviso colpa, ahimè, dell’assenza di altre voci e non tanto del film in sé. Di materia prima ne abbiamo a palate e non sono certo i soldi che mancano. Manca piuttosto il coraggio, l’integrità e l’intelligenza di chi li ha ad investirli in progetti “tosti” come dici tu mia adorata Toniolo (non è ironico, io Toniolo ti adoro davvero :-)) Ma tornando a noi, è ovvio come il tutto si adagia comodamente sullo scenario socioculturale attuale e anzi lo riflette sul grande schermo. Della serie fatemi vedere i film che producete e vi dirò che paese siete…

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