Star Wars VIII: quando Disney brucia la magia

Già nel 2012, quando George Lucas vendette Star Wars alla Walt Disney, paventai una certa inquietudine nel constatare che una buona parte dei personaggi dell’intrattenimento fossero tutti nelle mani di una sola società. A distanza di cinque anni l’inquietudine si è trasformata in noia e spassionata indifferenza per tutto il filone supereroistico (soprattutto dopo le puzzette di Iron Man 3), in una certa rabbia dopo Il Risveglio della Forza e da ieri, giorno in cui ho visto l’ultimo Star Wars, in una specie di lutto.
Io ci credevo alla Forza (Volevo essere Darth Vader), ma tra uno scherzo telefonico, una spada laser gettata via senza importanza e le linee di dialogo sull’acconciatura di Leia, tutta la mitologia con cui sono cresciuto è morta risucchiata in un buco nero fatto di burle.

Questa estate sono andato a Disneyland Paris. La Star Wars Hyperspace Mountain è una montagna russa al coperto e al buio. Mentre sei in fila per entrare nell’attrazione, i manifesti di Star Wars e le immagini di Tie Fighter e X-Wing non riescono a nascondere le architetture in stile fine ‘800 che rievocano i romanzi di Jules Verne con cui l’attrazione stessa è stata edificata. Men che meno la colonna sonora di Star Wars sparata a tutto volume riesce a distrarvi dall’idea che il grosso cannone che lancia la navicella spaziale dentro la quale andrete ad accomodarvi sembra perfetto per il tendone di un circo degli anni ’20. Insomma, è chiaro che l’Hyperspace Mountain è nata con il parco, cioé quando Disney ancora non possedeva i diritti di Star Wars. Il tentativo di ribrandizzarla con qualche locandina e un po’ di musica a tema è goffo come cercare di far passare Jar Jar Binks per un oscuro Signore dei Sith.
La gestione di brand e personaggi diversi non è semplice e il parco di divertimenti parigino è un’ottima fotografia di questa difficoltà: mettere insieme Topolino e Luke Skywalker, Peter Pan e Spider-Man, crea alla fine la mancanza di una vera e propria identità. Più che entrare in un mondo di favola, sembra di essere risucchiati in un Luna Park del Caos.

Conservare l’identità dei personaggi e dei brand che si gestiscono sembrerebbe una regola da tenere bene a mente. Sembra invece che una gestione tutta affidata a marketing, analisi dati e box office, dica altre cose. Non mi spiego altrimenti perché tutto l’intrattenimento di Disney sembri puntare ad un unicum, in cui comicità e battutine si alternano a grandi scene d’azione. Insomma la strada tracciata da Avengers evidentemente paga. Ed eccoci quindi con questo Star Wars VIII Gli Ultimi Jedi, che non ha nulla di diverso nei toni da un Guardiani della Galassia. Anzi è sempre più chiaro che nessuno si stupirebbe se nel prossimo Star Wars ci fosse Rey alle prese con scene slapstick (tipo Thor che palleggia contro un muro e si prende una palla in faccia cadendo per terra, ahahhaa che ridere!), o se Groot partecipasse come personaggio comprimario.
D’altronde l’altra strada, quella di cercare di conservare il dna del brand di riferimento come è successo con Blade Runner, non paga al botteghino.
Insomma, 2+2 deve fare 4, quindi meglio puntare sul sicuro, su quello che paga. Le previsioni di box office come unica misura di riuscita di questi blockbusteroni lascia morti sul campo, prima di tutto visioni e creatività nuove (motivo probabile per cui la stessa Disney licenzia registi evidentemente troppo “indipendenti”).
Eppure 2+2 non fa sempre 4, e la genesi stessa di Star Wars ne è la prova evidente visto come George Lucas fu osteggiato nel portare avanti il progetto. Anche il primo Blade Runner fu un flop al cinema, ma crebbe nel tempo fino a diventare il mito che è oggi. Per dire.

Siamo nell’era di quello che chiamo l’”effetto Matrix e la demolizione del mito”. La serialità con cui si intende sfruttare i brand, mina le fondamenta dei brand stessi. E se Giulietta e Romeo non fossero morti in realtà ma – colpo di scena – fossero stati salvati all’ultimo momento e poi avessero proseguito la loro “battaglia” per unire le famiglie? E se William Wallace non si fosse sacrificato per la libertà ma avesse messo su famiglia? E se avessimo visto come proseguiva la battaglia di Neo contro Matrix dopo che acquisisce i suoi immensi poteri? (ah, ops, questo è successo veramente ma facciamo finta che Matrix 2 e Matrix 3 non esistano). L’intrattenimento è nel periodo del “e se”. Incapaci di creare nuovi miti, abbiamo l’arroganza di deformare i vecchi.
Se una volta ci si limitava solo a riproporre le storie in modo da aggiornarle con un linguaggio e una tecnica aderente all’evoluzione tecnologica, oggi invece le storie proseguono, vanno avanti all’infinito. Ma se la storia è una, è La Storia, se sono tante diventano solo, appunto, storie tra tante. A ogni nuovo episodio il mito si annacqua, diluito in un flusso pressoché infinito. Non c’è niente di fermo, sicuro: se questo episodio non mi sta bene pazienza, ce ne sarà un’altro. E’ la cultura del mi piace/non mi piace e come in Tinder butto via senza darci troppo peso quel che non mi va a genio e passo ad altro.

“Non perdiamo più tempo a guardare i nuovi e rivediamoci i primi 6 episodi che sono i migliori!”. Parole di mio figlio dopo aver visto Star Wars Gli Ultimi Jedi. E’ in un’età, nove anni, in cui certamente l’influenza del papà conta, ma confido nel suo giovane spirito critico. Per lui il VII e l’VIII “non esistono”. Speriamo che sia la scintilla che appiccherà la fiamma che spazzerà via…

 

 


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