La felicità è un’arte?

Fare filosofia non è mai cosa semplice al cinema. L’arte della felicità, in sala dal 21 novembre (da oggi solo a Napoli), punta alto, altissimo, cercando di svelare il segreto per stare bene. Lo fa attraverso le disavventure di Sergio, ex musicista, in preda a malinconie e mal di vivere scatenati dalla scomparsa del fratello, tutto preso a rinchiudere i suoi dolori in un taxi tra le vie di Napoli. Il confronto con strampalati passeggeri-clienti lo porteranno a uscire dal guscio.
Vi si raccontano verità semplici, perfino banali, e forse sono proprio queste le caratteristiche delle verità più vere: “siamo quello che siamo e facciamo il massimo che possiamo”. Un messaggio di una semplicità disarmante che diventa potente grazie al racconto, al background che gli autori mettono in scena per sostenerlo.
Viene usata, innanzitutto, un’animazione adulta, realistica, che a tratti ricorda Valzer con Bashir ma che mescola diverse tecniche trovando una sua strada con immagini suggestive, accompagnate da una colonna sonora ricca di influenze.
Assistiamo, poi, a una carrellata di personaggi, uno più bello dell’altro, dove per “bello” si intende interessanti, originali, ricchi di emotività. A cominciare, ovviamente, dal protagonista, incapace di accettare la realtà di un fratello scomparso, rinchiuso in un taxi pieno di fotografie che ne fanno emergere tutta la compassione, la vulnerabilità e i ricordi di un passato che è passato: quando giocava col fratello da bambino, quando litigavano, le videochiamate di quando erano lontani e, soprattutto, quando suonavano insieme unendo i loro talenti musicali. E poi: lo zio di Sergio, uno che prende la vita a sorrisi e snocciola pillole come «Non costa nulla essere infelici. Ma non costa nulla neanche essere felici»; un buffo personaggio con la faccia di Maurizio Nichetti che raccoglie la spazzatura di Napoli per trasformarla in opere d’arte; Antonia, una misteriosa donna, musicista che alla fine salverà Sergio (sempre le donne, sempre l’Amore!); lo speaker radiofonico che annuncia l’apocalisse con un monologo già cult (qui la clip in esclusiva) e che vi riporto perché da solo vale il prezzo del biglietto:

Sergio: «E insomma, come va a finire l’ultima puntata della storia dell’umanità?»
Speaker: «Finisce così. Staremo seguendo la nostra serie preferita alla tv nella nostra gabbia dorata. E l’infelicità ci coglierà. E sarà tardi per capire perché siamo infelici perché il problema dell’infelicità è che non ha ragioni. Non ha motivi.  Non ha proprio niente da dire l’infelicità. E allora, piuttosto che morire uno alla volta invidiando chi ha sofferto di meno e chi è vissuto più a lungo preferiremmo morire tutti insieme dello stesso male. Magari finiremo col botto coi fuochi d’artificio tutti nudi con una coppa di champagne in mano mentre il cielo si tinge di rosso e ci casca addosso. E l’ansia, la disperazione non trovano più posto nell’anima perché la nostra missione su questa terra è finita, finita, capisci? Ci lasceremo morire in santa pace. E se tutto questo venisse dall’alto potremmo pure evitare di sentirci in colpa per non aver fatto nulla per cambiare le cose.
Sergio ride: «scusa, e io pensavo di essere un pessimista. Ma lo sai che mi hai quasi convinto?».
Speaker: «Cosa ti manca per convincerti del tutto?».
Sergio: «Mi manca un’idea così precisa del futuro come quella che hai tu forse».
Spekaer; «Allora forse in quello che ti manca c’è quello che ci salverà tutti. Ma finché i musicisti non scendono dal taxi, finché i poeti servono ai tavoli, finché gli uomini migliori lavorano al soldo di quelli peggiori, la strada corre dritta verso l’Apocalisse».

L’arte della felicità è un cartone animato per adulti made in Italy che indaga l’animo umano tra filosofia, musica e sentimenti, in grado di affrontare tematiche sociali, politiche, religiose. Come scrivevo all’inizio, punta altissimo e coglie nel segno, dando vita a un piccolo miracolo italiano che sta giustamente raccogliendo consensi in tutto il mondo tra cui Arca cinema Giovane a Venezia, Miglior Opera Prima al Raindance di Londra, selezione al Goa in India.
“Miracolo” perché la produzione cinematografica italiana dedicata all’animazione non è certo florida e questa piccola produzione napoletana sembra essere nata dal nulla quasi per caso, in un “miracolo di partecipazione”. L’Arte della Felicità prima di essere un film, è una manifestazione culturale che si tiene a Napoli dal 2005. L’ideatore, Luciano Stella, è il produttore del film e inizialmente voleva sviluppare un documentario che potesse riassumere le testimonianze più autorevoli degli incontri tenutesi nella manifestazione (tra cui anche Umberto Galimberti o Robert Thurman). L’incontro con il regista Alessandro Rak ha poi virato il progetto su un lungometraggio di fiction. «Il film è un piccolo miracolo di partecipazione collettiva», ha commentato il regista. «Si possono sviluppare progetti in tutti i paesi del mondo, anche a Napoli dove non non si era mai fatto nulla in animazione. Abbiamo chiesto aiuto e nei due anni di realizzazione del film si sono aggregate tante persone dando vita a un continuo fluire di artisti di vario genere. Ogni volta che arrivava qualcosa di qualità il film si è predisposto per accoglierla».
Se esiste un'”arte della felicità” o se la felicità è davvero un’arte, questo è il film giusto per scoprirlo. Tra tutti i personaggi proprio il fratello di Sergio, Alfredo, è uno dei più intriganti: “malato”, nasconde la sua malattia e decide di rifugiarsi tra i monaci tibetani per passare gli ultimi momenti della sua vita e scrive, in una lettera d’addio: «qui non sono malato, semplicemente è la vita, si nasce e si muore» in una sorta di nirvana.
Una messaggio semplice, un invito agli spettatori a stare in pace con sé stessi, che alla fine incappa nel cortocircuito insito in tale filosofia. Per essere felici bisogna accettare la realtà, gli altri, se stessi, ma il racconto, il film, la poesia, la musica che ti propone questo invito, parte da un eroe, da un personaggio che ha nel dna proprio il dramma di non accettare la realtà, se stesso o gli altri così come sono e proprio per questo diventa lui, il racconto e in fondo la vita, terribilmente interessante. E così, una delle parti che più mi è piaciuta, è proprio il passaggio in cui Sergio, in preda a una rabbia sconfinata, urla nel suo taxi: «Ho bisogno di fare musica, buona musica… Voglio pensare cose che non sono mai state pensate; vivere qualcosa che nessuno ha mai vissuto; vedere cose mai viste. Voglio musica, la giusta musica al momento giusto; voglio l’impossibile, l’improbabile».

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