Cloud Atlas, come perdersi tra le nuvole

Spiegare cosa è Cloud Atlas è complicato. Anche vederlo è piuttosto complesso, quindi prendete questo post come una piccola guida per prepararvi alla visione. E’ un film unico nel suo genere, senza dubbio interessante.
Partiamo dai registi. I fratelli Wachowski li conoscono tutti, sono quelli di Matrix. Il progetto è firmato anche dal tedesco Tom Tykwer, uno che non ha mai sbagliato un colpo con film come Lola Corre, Profumo-Storia di un assassino e The International. E’ uno dei pochi registi che compone anche le musiche della colonna sonora e lo fa prima di girare, perlomeno in questo caso. E’ un procedimento anomalo, di solito si compone ad hoc sulle immagini già montate (e di sicuro ha dei vantaggi, come quello di far sentire la musica agli attori durante le riprese della scena). Lo segnalo perché la musica ha una certa importanza in questo film fin dal titolo, Cloud Atlas, che è quello di un componimento musicale appunto che viene elaborato da uno dei protagonisti.
Comunque, tornando ai registi: un gruppetto perlomeno curioso, non trovate? Amici da tempo, si sono innamorati del romanzo di David Mitchell e hanno deciso di farne un film. Anzi sei. Perché nelle quasi tre ore di durata ci sono sei storie completamente diverse e tenute insieme da una serie di comuni denominatori, di cui gli attori sono gli elementi più evidenti. Ogni storia ha lo stesso cast che interpreta i personaggi principali. E che cast: Tom Hanks, Halle Barry, Jim Sturgess, Hugo Weaving, Hugh Grant, Susan Sarandon…
La narrazione è completamente destrutturata, ovvero le storie non vengono presentate per intero in ordine, diciamo così, “cronologico”, ma portate avanti tutte quante insieme un po’ alla volta. Quello che si è cercato di fare è stato di collocare i singoli episodi narrati in un contesto più ampio, scavalcando i confini temporali e geografici e relazionando il tutto tramite l’uso degli stessi attori, situazioni simili che si ripetono, dinamiche di cause/effetto, coincidenze e deja-vu. Il tutto per parlare e cercare di rispondere alle domande che da sempre l’Uomo si pone sull’amore, sulla vita, sull’anima. Una cosina mostruosamente ambiziosa che già un altro film aveva provato a fare in modo simile, Mr. Nobody. Talmente ambizioso, che fatica a sostenere il peso degli intenti.
Seguire sei storie così diverse ha il rischio di far girare la testa, di far perdere le redini delle trame. Si passa con nonchalance da un genere all’altro, da una commedia alla fantascienza e al thriller, interrompendo, ripristinando, riavvolgendo tutto ogni cinque minuti. Il tutto realizzato a regola d’arte, perché le transizioni tra un “mondo” e un altro (usano parole, azioni, elementi scenografici o il viso di un attore) sono precise, perfette, persino cariche di significato, ma alla fine il rischio è di essere tramortiti più che intrigati, disorientati piuttosto che attenti e si ha la sensazione che al posto di aggiungere forza, le singole storie ne vengano invece private. Il che avrebbe un senso se l’affresco generale fosse in grado di farci arrivare le grandi Verità con rinnovata potenza, ma che “siamo tutti collegati l’uno all’altro in questo universo” e che “esiste l”effetto farfalla’” non sono teorie proprio nuove.
Quindi proviamo a “ristrutturare” per analizzare meglio queste storie.
1849, isole del Sud Pacifico: un avvocato offre rifugio a uno schiavo in fuga su un viaggio in nave (diretto dai Wachowski).
1936, Scozia: un compositore cerca di dare vita a un’opera perfetta (diretto da Tykwer).
1973, San Francisco: una giornalista cerca di smascherare un complotto nucleare (diretto da Tykwer).
2012, Inghilterra: un editore viene recluso dal fratello in un ospizio (diretto da Tykwer).
2144, Neo Seoul: una clone usata per fare la cameriera prende coscienza di una sconcertante realtà (diretto dai Wachowski).
2321, Hawaii: un pastore cerca di sopravvivere in un mondo post apocalittico (diretto dai Wachowski).
Idee brillanti, originali, con una messa in scena sorprendente. La storia fantascientifica della clone è forse la più toccante e la più spettacolare al tempo stesso, con immagini visivamente molto forti come si può già intuire dal trailer.
Il punto però, come fa notare Andy Wachowski, è che bisogna «abbandonare l’idea che si tratti di sei storie separate. E’ una storia unica».
«Comincio nei panni di una donna indigena che ha poco potere, poi divento Jocast, che in realtà è solo l’involucro di una persona, priva di voce», spiega Halle Berry. «Poi c’è Luisa Rey, che lotta duramente per trovare la propria voce e la propria forza. Appaio per un momento nella storia di Cavendish, nei panni di un’ospite misteriosa a una festa, e a parte il suo atteggiamento sicuro non sa molto di lei, ma nella successiva interpreto un medico, Ovid, che agisce in maniera moralmente giusta, cosicché quando si arriva a Meronym vediamo in lei il culmine di questo percorso e si capisce perché sia così forte». Confusi? Ecco, appunto.
Usare gli stessi attori per le sei storie suggerisce l’idea di una reincarnazione dell’anima, di un unico viaggio o percorso: l’anima passa da buona a cattiva, da maschio a femmina con precisi criteri che senz’altro un’attenta analisi è in grado di svelare in toto. Rigiocare gli stessi attori, però, non aiuta lo spettatore a entrare nel film, è facile scivolare presto nel giochino “ma quello chi era nell’altro episodio?” o “maddai, guarda come hanno truccato Hugh Grant, è irriconoscibile!”. (Tra l’altro molti sono davvero “nascosti”, rimanete ai titoli di coda e li scoprirete tutti).
Forse uno dei suggerimenti più interessanti riguarda il ruolo dell’arte nella vita dell’Uomo. Riporto infatti dal press book: “La cronaca del viaggio per mare di Adam Ewing nel 1849 diventa un diario pubblicato che Frosbisher legge nel 1936. Le lettere di Frobisher capitano successivamente nelle mani di Luisa Rey nel 1973 e l’inchiesta di Luisa sulla centrale nucleare diventa manoscritto che sarà sottoposto a Cevendish, l’editore. L’avventura contemporanea di Cavendish diviene il soggetto di un film che Sonmi guarda nel 2144 e la dichiarazione di libertà di SOnmi viene ripetuta e ricordata fino a quando, persino in una società che ha perduto libri e tecnologia, la sua dottrina sarà venerata da Zachry e dalla sua tribù nel Ventiquattresimo secolo”.
Confusi? Spaventati? Spero di avervi incuriositi perché anche se Cloud Atlas magari non riesce negli intenti, è un bel perdersi tra le nuvole.

 


2 Risposte per "Cloud Atlas, come perdersi tra le nuvole"

  • luchino :

    Concordo, però più che incuriosire a rivelato davvero troppo. Ad esempio chi legge e vuole vedere il film si rovinerà il passaggio artistico e morale da epoca ad epoca attraverso libri, musica e altro. Ad esempio io quando ho visto il film devo dire che questa è stata una delle cose che mi sono piaciute di più. Certo, non è questo il fulcro del film, quanto i personaggi nelle varie epoche, questo si, però io avrei storto il naso.
    Ad ogni modo io l’ho trovato uno dei film più belli del 2012, e purtroppo non meritevole del flop americano.

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