Steve Jobs, un ritratto inedito

Si intitola Steve Jobs, l’intervista perduta, ed è un bel ritratto del noto fondatore della Apple. E’ uscito a un anno esatto di distanza dalla sua morte ed è una delle poche interviste rilasciate da uno dei guru dell’ultimo secolo. Al di là dei fan e dei detrattori del personaggio e dell’azienda, che proprio in questi giorni con l’uscita dell’iPhone 5 hanno sproloquiato a favore o contro peggio delle più insulse tifoserie, è senza dubbio uno degli uomini che hanno cambiato radicalmente la società in cui viviamo e le sue parole possono essere di grande stimolo e ispirazione.
Edito da Feltrinelli nella sezione Real Cinema, quella che offre dvd più libro (in questo caso 80 pagine che trascrivono l’intervista contenuta nel video), il “documentario” ci offre Jobs in una singola inquadratura in primo piano per 70 minuti.
E’ la versione integrale di un’intervista realizzata da Bob Cringley nel 1995 per la trasmissione “Il trionfo dei nerd”. Per 17 anni si pensava fosse fosse andata perduta, ma poi il regista ne ha trovato una copia in vhs nel suo garage.
A quell’epoca Jobs era stato estromesso dalla sua azienda, la Apple, da dieci anni e ancora non sapeva che l’anno seguente ci avrebbe fatto rientro salvandola dal fallimento e trasformandola in una delle società più grandi del pianeta.
Lo vediamo col capello lungo e grassottello, già con quel lupetto nero che diventerà la sua divisa e che nelle ultime apparizioni gli stava ormai tremendamente largo a testimoniare quanto la sua malattia lo stesse consumando.
Le immagini riflettono un uomo molto consapevole di sé, assai riflessivo (ci mette anche 30″, un’eternità in tv, prima di rispondere ad alcune domande e spesso non risponde direttamente ma racconta lunghi e pertinenti aneddoti), ma anche nervoso quando dondola sulla sedia e addirittura emotivo su certi argomenti. «Ci sono pochissime interviste televisive di Steve Jobs, e quasi nessuna significativa», racconta nell’intro Cringley. «Raramente riescono a mostrare il carisma, il candore, e la lungimiranza che emergono da questa intervista». Ha ragione. Consiglio a tutti l’acquisto e riporto alcuni passaggi che a me paiono i più significativi e che spero possano incuriosirvi. In fondo al post il trailer.

La copertina del Dvd

 

Avere dodici anni e convincere il boss di Hewlett Packard
A dodici anni gli servono dei pezzi per fare esperimenti e costruirsi da solo un frequenziometro. Jobs apre l’elenco telefonico e chiama Bill Hewlett, quello di Hewlett Packard («allora i numeri di telefono erano tutti nell’elenco»). Questo lo sta ad ascoltare per venti minuti e alla fine gli dà i pezzi che gli servono e pure un lavoro estivo alla Hewlett Packard. «Formò la mia visione di come deve essere un’azienda e come debbano essere trattati gli impiegati. A quei tempi non si sapeva del colesterolo e portavano sempre un grosso vassoio di ciambelle e caffé alle dieci di ogni mattina. Si faceva tutti una pausa. Piccole cose come questa. Era chiaro che l’azienda sapeva che il suo vero valore era nei suoi impiegati».

La telefonata al Papa
Jobs legge di capitan Crunch, un tizio che riesce a fare le telefonate gratis. Così costruisce un dispositivo che riproduce i toni che la compagnia telefonica usa per far dialogare i suoi computer. «Potevi fare un’interurbana a White Plains da un telefono pubblico e collegarti via satellite con l’Europa o con la Turchia e poi tornare ad Atlanta via cavo». (…) «Telefonammo al Papa. Wozniak fece finta di essere Henry Kissinger e trovammo il numero del Vaticano. E quelli si misero a svegliare tutti gli alti prelati! Non ne so molto di cardinali e simili ma mandarono davvero qualcuno a svegliare il Papa, finché noi scoppiammo a ridere e capirono che non era Kissinger. Non parlammo col Papa ma fu molto divertente lo stesso».

Perché le aziende non fanno buoni prodotti
Parlando di Pepsi: «Modificavano il loro prodotto ogni dieci anni. Per loro un nuovo prodotto era un nuovo formato di bottiglia. Se sei uno che si occupa di prodotto non hai molte possibilità di guidare il destino dell’azienda. Questo va bene alla Pepsi ma ho scoperto che può succedere la stessa cosa nelle aziende di tecnologia che detengono il monopolio. Come IBM o Xerox. Se ti occupavi di prodotto alla IBM o alla Xerox potevi mirare a produrre un computer migliore o fotocopie migliori. Ma a che scopo? Quando si ha il monopolio su un mercato, l’azienda non è più un’azienda di successo. Quelli che possono migliorare i profitti sono reparti di vendita e marketing, i quali finiscono per gestire l’azienda. Mentre chi lavora al prodotto viene estromesso dai processi decisionali. Così le aziende dimenticano cosa vuol dire realizzare grandi prodotti. In qualche modo la sensibilità e l’intuito verso il prodotto che li ha portati al monopolio svaniscono nelle persone che gestiscono queste aziende, le quali non sanno più distinguere un prodotto buono da uno cattivo. Non hanno idea del lavoro artigianale che serve per trasformare una buona idea in un buon prodotto, e nei loro cuori non c’è l’autentica volontà di aiutare i clienti». (…) «Nella mia carriera ho capito che le persone migliori da assumere sono quelle che capiscono il contenuto, ma che sono una spina nel fianco per quanto riguarda il management. Ma ti accontenti, perché sono bravissimi nel contenuto. E’ da questo che nascono i grandi prodotti. Non dal processo. Dal contenuto».

Tra il dire e il fare…
«A John Sculley è venuta una brutta malattia. Ho visto altre persone che ce l’avevano: consiste nel pensare che il 90% del lavoro sia nell’avere un’idea davvero grande, e che basti dire alle persone: ehi guardate che grande idea, perché l’idea si realizzi. Il problema è che ci vuole una quantità immensa di lavoro artigianale per tirare fuori da una grande idea un grande prodotto. E intanto che la sviluppi, la tua grande idea cambia e cresce. Il risultato non è mai quello che sembrava all’inizio, perché si impara moltissimo entrando nel merito di una cosa e capisci che devi fare dei grandi compromessi».

Questioni di Team building
«Ho sempre creduto che un gruppo di persone che fanno qualcosa in cui credono sia un po’ come quel tale, un vedovo che abitava in cima alla strada quando ero ragazzino. (…) Tirò fuori un vecchio macinino polveroso. Era fatto di un motore e di una lattina di caffé, con una piccola banda in mezzo. “Vieni con me”, disse. Andammo fuori a prendere dei sassi. Normalissimi, brutti, vecchi sassi. E li mettemmo nella lattina con un po’ di liquido e una manciata di tritume. Chiudemmo la lattina, lui accese il motore e mi disse di tornare il giorno dopo. La lattina faceva un gran chiasso coi sassi che si muovevano all’interno. Io tornai il giorno dopo e aprimmo la lattina. Dentro c’erano delle bellissime pietre levigate. I semplici sassi che avevamo usato a forza di strofinarsi l’uno contro l’altro con un po’ di frizione, con un po’ di rumore, si erano trasformati in bellissime pietre levigate. Mi è sempre rimasto in mente come metafora di una squadra di persone che lavorano sodo su qualcosa che le appassiona. Tutto sta nella squadra, in questo gruppo di persone di enorme talento che si scontrano tra loro, litigano, qualche volta si azzuffano. Fanno un po’ di rumore. E lavorando insieme si perfezionano l’un l’altro e perfezionano le idee. Il risultato sono delle splendide gemme levigate».

La squadra di serie A
«Quando metti insieme un numero sufficiente di giocatori di Serie A, quando riesci a portare a termine questa incredibile missione, questi giocatori adorano lavorare insieme, perché non avevano mai avuto la possibilità di farlo prima. E non desiderano lavorare con giocatori di serie B o di serie C. E poi cominciano a migliorare ancora. E vogliono assumere altri giocatori di serie A, e così si creano gruppi di eccellenza e il fenomeno si propaga. La squadra che ha realizzato il Mac era così. Tutti giocatori di serie A. Tutte persone di straordinario talento».

Un lavoro di merda
Cosa vuol dire quando dici a qualcuno che ha fatto un lavoro di merda?
«Di solito vuol dire che quel qualcuno ha fatto un lavoro di merda. A volte io la penso così, ma mi sbaglio. Ma di solito vuol dire che quel lavoro non è abbastanza buono.

Bill Atkinson ha detto una volta che quando tu dici che qualcuno ha fatto un lavoro di merda in realtà vuoi dire: non l’ho capito, me lo spieghi?
«No, di solito non vuol dire questo. Se assumi persone davvero valide, loro sanno di esserlo e non hai bisogno di coccolare il loro ego. Quello che conta è il lavoro, su questo sono d’accordo tutti. Che quello che conta è il lavoro. Le persone sanno che è stato affidato loro uno specifico pezzo del puzzle, e la cosa migliore che puoi fare per uno che è davvero bravo e che ci tiene al risultato è dirgli quando il suo lavoro non è all’altezza. Dirglielo con molta chiarezza, spiegando il perché e rimettendolo in carreggiata. E devi farlo in un modo che non metta in discussione la tua fiducia nelle sue capacità, ma che non lasci spazio a interpretazioni sul fatto che quel particolare lavoro non è in grado di supportare gli obiettivi della squadra. Non è facile. Io ho sempre usato un approccio molto diretto».

Avere torto
«Sono una di quelle persone a cui non importa molto avere ragione. Mi importa del successo. Molti ti racconteranno quante volte ho avuto un’opinione netta su qualcosa e poi, quando mi hanno presentato le prove del contrario, in cinque minuti ho cambiato completamente idea. Perché sono fatto così. Non mi dispiace essere in torto. Mi capita spesso di ammetterlo. La cosa non mi sconvolge molto. Mi importa che le cose siano fatte bene».

Il licenziamento da Apple
«E’ stato molto doloroso. Non so nemmeno se mi va di parlarne». (…) «Se continuiamo a parlarne mi emoziono. Ma questo non ha importanza. Io sono solo una persona e l’azienda è composta da molte persone, perciò non è questa la cosa importante. La cosa importante è che i valori della Apple sono stati sistematicamente distrutti negli anni successivi».

Microsoft come McDonald’s
«L’unico problema con Microsoft è che non hanno gusto. Non hanno assolutamente gusto. E io non lo considero un piccolo difetto, ma un grosso difetto. Nel senso che non hanno idee originali, non mettono abbastanza cultura nei loro prodotti» (…) «Perciò quello che mi rattrista non è il successo di Microsoft, non ho nessun problema con il loro successo, se lo sono in gran parte guadagnato. Mi dispiace che i loro prodotti siano davvero di mediocre qualità. I loro prodotti non hanno spirito. Non hanno spirito illuminato. Sono molto banali. La cosa più triste è che la maggior parte dei clienti stessi non ha quello spirito. Ma la nostra specie progredisce perché sceglie il meglio e lo diffonde in modo che tutti possano crescere con cose migliori e cominciare a comprendere le sfumature delle cose migliori. Microsoft è come McDonald’s. Perciò quello che mi rattrista non è che Microsoft abbia vinto, ma che i prodotti Microsoft non mostrino maggiore intuito, maggiore creatività».

Il futuro
«Io credo che internet e il web saranno la grande svolta. Oggi stanno accadendo due cose eccitanti nel mondo del software e dell’informatica. Una sono gli oggetti, l’altra è il Web. Il Web è incredibilmente eccitante perché è la realizzazione del sogno di tutti noi: che il computer non sia principalmente uno strumento di calcolo, ma piuttosto un mezzo di comunicazione». (…) «Credo che il Web trasformerà in maniera profonda la nostra società. Come sai, circa il 15% dei beni e dei servizi negli Stati Uniti viene venduto per mezzo di cataloghi o in televisione. Tutto questo, e anche di più, avverrà d’ora in poi tramite il Web. Miliardi e miliardi. Presto decine di miliardi di dollari di beni e di servizi saranno venduti via Web. Vedila in questo modo: si tratta di un canale di distribuzione diretto al cliente. Oppure pensa al fatto che sul Web l’azienda più piccola del mondo avrà la stessa visibilità della più grande. Perciò penso che fra una decina d’anni sarà il Web la tecnologia più influente. Che farà la storia dell’informatica. La svolta sociale del computer. Credo che sarà una cosa enorme e che infonderà nuova vita al personal computer. Sarà una cosa enorme, sì.

La direzione giusta
Come fai a sapere qual è la direzione giusta?
«In fondo è una questione di gusto. Una questione di gusto, sì. Si tratta di entrare in contatto con le cose migliori che l’uomo abbia prodotto e poi cercare di infonderne lo spirito in ciò che facciamo. Picasso diceva: “i buoni artisti copiano, i grandi artisti rubano”. E noi non ci siamo mai fatti scrupoli a rubare grandi idee. Credo che in parte ciò che ha reso grande il Macintosh sia il fatto che coloro che ci hanno lavorato erano musicist, poeti, artisti, zoologi e storici che, guarda caso, erano anche i più grandi informatici del mondo. Ma se non fosse stato per l’informatica, queste persone avrebbero comunque fatto grandi cose in altri campi. Hanno portato con sé, e tutti abbiamo contribuito a questo sforzo, un grande spirito creativo. Siginfica che abbiamo voluto infondere nel nostro campo tutto il meglio che abbiamo visto in altri campi. E non credo che chi è di vedute ristrette possa riuscirci».

)


Per inserire un commento devi essere registrato a Best Movie. Effettua il login

Se non sei registrato clicca qui registrati