La cultura non passa dai divieti

Linea dura in Gran Bretagna per entertainment e minori. Dallo scorso 30 luglio, infatti, la classificazione PEGI, di cui vi avevo già parlato in un articolo all’interno della rubrica Baby Movie (Al cinema manca il PEGI) ha assunto valore legale. Cosa significa? Prima era solo una indicazione di età consigliata, oggi è un vero e proprio divieto. Con conseguenze anche gravi. I negozianti che venderanno giochi con PEGI di 12, 16 o 18 anni a ragazzi di età inferiore a quella indicata, rischiano fino a 6 mesi di prigione e multe fino a 5 mila sterline. Le indicazioni PEGI di 3 e 7 anni, invece, restano un valore puramente indicativo.
L’idea è quella di semplificare un settore che era un po’ pasticciato in Gran Bretagna. Oltre al PEGI, infatti, era in vigore anche il BBFC (Britisch Board of Film Classification) rating system anche per i videogiochi, che di fatto confondeva solo le idee con una doppia indicazione.
Leggo in giro parecchi commenti entusiasti riguardo questa iniziativa, anche da parte di coloro che sono appassionati di videogiochi da una vita e lavorano nel settore. Il tenore è il seguente:
«Sono d’accordo perché è evidentemente l’unica strada che possa mettere i videogiochi al riparo da polemiche sterili che hanno avuto come unico effetto il loro edulcoramento. E non penso solo alla violenza. Penso ai rapporti fra le persone, al sesso. Fino a che non vi è uno strumento di controllo efficace, evidentemente, la società non è in grado di accettare che i videogiochi possano essere diversi dai “giochini”. Vediamo se ora le cose cambiano».
Eppure gioire per i divieti, pensando che questo possa aiutare a sdoganare i videogiochi, è un clamoroso autogol.
Innanzitutto, siamo in un campo per cui è necessario che siano soprattutto i genitori a compiere lo sforzo di affiancarsi ai figli per quanto riguarda l’entertainment (in qualche modo lo spiegai nell’articolo Baby Movie, film per bambini, piccoli e grandi).
Ogni bambino è diverso dagli altri e solo chi lo conosce bene sa quale tipo di intrattenimento possa essere il più adatto. In questo senso il PEGI è uno strumento efficacissimo, perché aiuta i genitori a scegliere in modo consapevole.
Cosa succede, invece, ora che il PEGI non è più solo una indicazione ma un divieto? Accade che la responsabilità si sposta dalla famiglia ai negozianti, che si fornisce un ulteriore alibi ai genitori per disinteressarsi di che tipo di entertaiment consumano i figli creando la falsa sicurezza che tanto non possono usare videogiochi non adatti alla loro età. E nel caso vengano colti in flagrante nell’utilizzare un videogioco non adatto a loro, il genitore potrà arrabbiarsi con il negoziante colpevole di averglielo venduto, al posto di sentirsi colpevole in prima persona per il suo disinteresse. Insomma un bel pasticcio. In che modo questa legge possa aiutare a diffondere la cultura dei videogiochi è oscuro. Anzi è chiaro che su questo fronte si fa un passo indietro. Al posto di stimolare chi è lontano dal mondo dei videogiochi ad avvicinarvisi, invece che creare degli strumenti che aiutino, qui si va nella direzione contraria: “non importa se non sapete nulla di videogame, ci pensa il Governo a vigilare sui vostri figli”.
Dunque, quando ci vogliono i divieti? Intanto quando sorgono delle emergenze, ma nel mondo dell’entertainment è difficile che accada. Se i nostri ragazzi si ammazzano tutti i sabato sera perché escono dalle discoteche ubriachi mi pare giusto che si adotti una linea dura per salvarli. Tra l’altro, almeno in Italia, se ben ricordate i provvedimenti restrittivi sull’alcol e la velocità sono sempre stati, assai giustamente, accompagnati da una campagna che potesse fare informazione sull’argomento. E qui sta l’altro passo falso del governo inglese: si vietano i videogiochi ma non si fa informazione. Come si può pensare che la cultura sull’argomento possa crescere?
Se non sussistono mai emergenze nel mondo dell’entertainment (e il recente caso su cui si è polemizzato della strage di Aurora NON lo è, leggete Lasciateci in pace. O: la strage di Aurora non c’entra nulla con Batman) allora non dovrebbero esserci divieti, nemmeno ai 18 anni? Chi scrive è convinto che sia giusto fissare un momento in cui si diventa “ufficialmente” adulti. E’ un rituale che l’Uomo si trascina dalle più antiche società quello in cui si sancisce (con una prova, con il raggiungimento di una età) l’inizio del periodo adulto, il momento in cui la persona prende coscienza di essere completa (o avere le potenzialità per esserlo) e quindi si sente pronto per affrontare il mondo in piena responsabilità. 18 anni può essere un’età giusta per sancire questo momento, almeno dal punto di vista fisico l’Uomo è arrivato alla fine del suo sviluppo. In questo senso credo che il vietato ai minori di 18 anni nel mondo dell’entertainment sia pienamente giustificabile.
Cosa c’entra un post sul mondo dei videogiochi in un sito di cinema? C’entra. Intanto perché videogame e film sono molto vicini e appartengono sempre più alle principali attività di intrattenimento delle nuove generazioni. E poi perché il 20 luglio è entrata in vigore una legge su Tv e minori anche in Italia.
«Nel decreto, approvato a fine giugno da governo e Parlamento, si dice, infatti, che il network può avere libera programmazione quando il televisore di casa è dotato di uno degli accorgimenti tecnici (parental control) che bloccano la visione delle trasmissioni inadatte a bambini e adolescenti. Del filtro familiare sono dotati solo gli schermi digitali e i decoder, ma – osservano le associazioni – bisogna saperlo far funzionare (o aver voglia di farlo). E in ogni caso la responsabilità di valutare se un programma è adeguato a un bambino o a un adolescente è addossata completamente sui genitori. In altre parole le restrizioni ci sono e in alcuni casi sono perfino state inasprite (i film vietati ai minori di 14 anni restano proibiti dalle 7 alle 23 e i film pornografici o violenti possono essere trasmessi solo dai canali a pagamento), ma valgono solo in assenza di parental control» (fonte Business People)
Se in Gran Bretagna si pensa di tenere sotto controllo con i divieti, in Italia si crede invece di poterlo fare con la tecnologia. Anche qui vale lo stesso discorso di cui sopra. In questo modo si creano degli alibi ai genitori per disinteressarsi di quello che fanno i figli. Nella pratica funziona? Forse (ma la Storia insegna che trovata la legge…), ma non pensiamo che attraverso divieti e barriere tecnologiche si possa fare cultura.


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