Ho visto cose… da Django a JCVD

Ecco le mie visioni settimanali.

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Django: visto che Tarantino si è ispirato a questo film per il suo prossimo Django Unchained (avete visto il trailer? a me non ha convinto e sospetto ci sia molto di Color of Rage) sono corso a recuperarlo in attesa di rivederlo nell’edizione blu ray che uscirà il prossimo autunno. Sono diversi i motivi per cui questo Django di Corbucci del 1966 è un capolavoro.
-Demolisce gli stereotipi weatern. Django non cavalca mai. Usa una mitragliatrice per fare delle stragi al posto della pistola. E nel duello finale addirittura non ha l’uso delle mani, completamente maciullate dai nemici
É violentissimo. Tanto che è da questo flm che Tarantino si ispiró per la famosa scena dell’orecchio tagliato in Le iene. Django ne uccide una decina nei primi dieci minuti del film. Alla mezz’ora siamo giá oltre i cinquanta tanto per dare un’idea…
-É riuscito a produrre inquadrature e immagini fortissime: Django che trascina una bara nel fango è la piú rappresentativa del film, una vera propria fotografia che rimane impressa nella memoria
É molto politico (il che non è una novità per i western dell’epoca, ma anche questo aspetto è “estremo”): la prima banda ad essere fatta fuori è una specie di Ku Klux Klan che indossa cappucci e bandane rosse. Impossibile non pensare, visto l’aria che tirava negli anni ’70, che Django abbia fatto piazza pulita di comunisti che «si sentono superiori».
La canzone di apertura, di Luis Enriquez Bacalov, cantata da Rocky Roberts, è un mix di malinconia ed energia azzeccatissimo.
-Franco Nero (che abbiamo appena intervistato sull’argomento) è perfetto nel ruolo, sebbene oggi faccia un po’ sorridere la recitazione imbalsamata e l’assistere ad eroi che si prendono cosí sul serio.

Sbatti il mostro in prima pagina: il film di Marco Bellocchio del 1972 è una fotografia spietata dei meccanismi che si celano dietro l’informazione. Un fatto di cronaca nera, l’omicidio di una ragazzina, diventa l’occasione per pilotare le indagini in modo politico in vista delle elezioni. A tramare fino addirittura a inventarsi un mostro colpevole è il redattore capo de Il Giornale, che manipola persone e indizi per far arrestare un militante della sinistra. Messa in scena molto realistica, dove ben si respira la Milano degli anni ’70 e un Gian Maria Volonté straordinario nel tratteggiare non solo una certa borghesia dell’epoca, ma una classe di intellettuali che crede di poter passare sopra a tutto. Temi attualissimi ancora oggi, soprattutto quello sul giornalismo: il confine che separa il ruolo di osservatore da quello di parte attiva ai fatti è sottilissimo e purtroppo mi pare ormai palese che la seconda prevale quasi sempre sulla prima. Esemplare la scena in cui Volonté spiega come titolare un articolo e, cambiando semplicemente solo alcune parole, dá la stessa notizia ma con un significato completamente diverso.

JCVD: questo gioiellino purtroppo non è stato distribuito in Italia. L’acronimo sta per Jean Claude Van Damme, il noto attore esperto di arti marziali che spopolò negli anni ’80. Qui è protagonista di uno strano esperimento che mescola fiction a documentario. Il protagonista è infatti Van Damme, nella vita reale (cioé interpreta sé stesso), che si ritrova suo malgrado invischiato in una rapina a una banca, ostaggio dei rapitori e creduto l’artefice dalla polizia che assedia l’edificio di fuori. E’ l’escamotage per parlare della sua vita, di come da solo e con le sue sole forze, un ragazzino del Belgio è arrivato a sfondare a Hollywood, dei suoi problemi con la droga, con l’affido della figlia, con i soldi che non bastano mai e del cuore che si deve mettere nella vita per risollevarsi. Un’interpretazione straordinaria (c’è pure un monologo-intervista di diversi minuti da pelle d’oca), una regia di grande intelligenza e ritmo (con un vorticoso piano sequenza iniziale da lasciare senza fiato) e una trama che non dà per scontato nulla. Insomma, DA VEDERE.

Dragon Eyes: è l’ultimo film girato da Van Damme che non è protagonista, ma veste i panni di un “maestro”. Girato, scritto e interpretato bene, non aggiunge molto ai film d’azione (un orientale mette a posto la malavita del quartiere di St.Jude), ma ci ricorda che si possono fare ancora film di questo genere senza scadere in banalità.

In blu ray:

Red Belt: per chi cerca cinema d’azione autoriale, questo film di David Mamet non delude. Un istruttore di Ju Jitsu è così puro e aderente al codice del guerriero da sembrare fin troppo ingenuo e candido nell’affrontare i colpi bassi che un attore di Hollywood e un organizzatore di match gli sferrano dietro le spalle. Per chi si sente un “guerriero” nella vita i 15′ finali sono impagabili.


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