Diaz, quando il cinema è grande

Diaz, il film diretto da Daniele Vicari e prodotto da Domenico Procacci, uscirà il prossimo 13 aprile.
E’ uno dei film italiani più tosti che ho visto negli ultimi anni. Sono uscito dalla sala con la sensazione di aver visto un film internazionale, che non stesse neanche nello stesso campionato degli altri film italiani. Merito senz’altro del budget di 10 milioni di euro, ma anche di un’idea fortissima (fare un film sugli eventi del G8 di Genova) accompagnata da una regia mai banale, una fotografia spesso intrigante, e una scrittura geniale.
Il film infatti è trattato secondo le regole del genere catastrofico e qui c’è davvero del genio, perché non era affatto scontato dare questo taglio a un evento realmente accaduto, di cui in teoria si sa già tutto e che sarebbe stato più facile approcciare da un punto di vista thriller (l’evento clou cui tutto gira intorno è la violentissima sortita della polizia nella scuola Diaz-con pestaggi sommari e torture- per arrestare i black block, che poi non c’erano, con tutte le eventuali dietrologie politiche da indagare per risalire al dietro le quinte dell’operazione).
Un approccio geniale perché si seguono le vicende di una coralità di personaggi (alcuni un po’ banalotti, lo ammettiamo, ma comunque funzionali) per dare un punto di vista a 360 gradi sull’evento seguendo vittime e carnefici con un grado di realismo capace di chiarire anche le dinamiche per cui certe azioni “folli” (picchiare vecchi a manganellate o umiliare detenuti sembrano davvero avvenimenti non associabili a un Paese occidentale, democratico ed “evoluto”) possano poi davvero manifestarsi; e poi si dà un tocco di grande originalità al genere facendo di un apparentemente insignificante (ma poi si scopre determinante) lancio di una bottiglia l’epicentro della storia da cui andare avanti e indietro per raccontare il tutto.
Infine si dà al significato dell’evento il senso catastrofico che merita. Perché è effettivamente una catastrofe quella accaduta a Genova il 22 luglio del 2001, per il senso democratico del mondo che viviamo. “Don’t clean up this blood” recita il sottotitolo del film, dichiarando le sue intenzioni: non dimentichiamoci che cosa è accaduto. E ci riesce benissimo. A me ha ricordato assai chiaramente come possono accaderci sotto al naso eventi che pensiamo essere impossibili o lontanissimi dalla nostra realtà fatta di ultra-informazione che ci fa sentire informati e meccanismi democratici che fanno sentire al sicuro (ma non lo siamo, evidentemente, in entrambi i fronti). Quando il cinema di denuncia riesce a trovare una formula per essere anche così potentemente popolare per me il cinema è Grande.


Un commento a "Diaz, quando il cinema è grande"

  • dano-dj :

    Sono molto contento, lo attendevo da molto!

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