Ho visto cose… da Hugo Cabret a L’arte di vincere

Ecco le mie visioni settimanali.

Al cinema

Hugo Cabret: undici nominations agli Oscar per un film che reputo sbagliato da molti punti di vista. Intanto il ritmo, soporifero, che viene da un cinema lontano nel tempo, che si prende un’ora per raccontare ciò che oggi si fa solitamente in dieci minuti. Poi la storia, che non è una, ma due, perché abbiamo un primo tempo in cui c’è un ragazzino che prova ad animare un robot e un secondo tempo che racconta la vita del noto e realmente esistito regista Melies (una specie di Michael Bay di inizio ‘900 con un cinema a base di effetti speciali e un ritmo molto più incalzante del film di Scorsese che racconta la sua storia), il tutto unito da un pretesto talmente debole che di fatto si faceva prima a fare due film. Storie che sfruttano una scrittura a dir poco dispersiva, perché ci sono molteplici siparietti che danno spazio a personaggi buffi e seri che non servono alla narrazione principale e alcuni possono essere proprio tolti dal film senza che nulla cambi. Poi il 3D: ancora una volta mi pare inutile, perfino fastidioso nelle scene di azione e in questo caso mi sembra pure una scelta stilistica fuori luogo visto che si racconta un pezzo di storia del cinema degli esordi. Infine gli Oscar: mi chiedo perché mai l’Academy voglia premiare un film che non rappresenta il cinema di oggi, anzi che celebra il suo passato in modo tanto pasticciato e in modo talmente anacronistico da risultare ostico per la maggior parte del pubblico.

L’arte di vincere: è uno di quei film che mi fa stare bene, che mi fa proprio bene al cuore. Perché racconta una storia vera di una persona che non si arrende e ci prova fino in fondo. E in questo caso batte un fuoricampo per restare nel gergo del baseball. Il film infatti racconta di come Billy Beane, allenatore di una squadra squattrinata, riesca a rivoluzionare il baseball cambiando l’approccio mentale sull’acquisto dei giocatori. Non lasciatevi spaventare, il film è sul baseball, ma di baseball ce n’è poco. E’ una commedia sofisticata, che ha pure delle parti che funzionano poco (tutto il passato o il privato del protagonista, Brad Pitt che sputacchia e mangia per tutto il film), ma se vi piacciono le storie sui “perdenti che vincono”, allora fa per voi.

40 carati: b-movie che non fanno ridere 1: l’idea di un uomo che inscena un suicidio per compiere una rapina e che rimane tutto il film in piedi su un cornicione di New York è interessante. Peccato sia scritto talmente male da non fare neanche ridere. Per darvi un’idea: i suoi compari mentre compiono la rapina si perdono in inutili siparietti da coppia amorosa-litigiosa; alla fine tutto svacca tra inseguimenti sui tetti e personaggi che cominciano a fare cose stupide senza motivo, tipo dare la caccia a qualcuno un minuto, e il minuto dopo ignorarlo se ti passa a fianco.

L’ora nera: b-movie che non fanno ridere 2: l’idea di un gruppo di ragazzi americani bloccati a Mosca durante un’invasione aliena da creature invisibili che disintegrano tutti al solo tocco è interessante. Peccato sia scritto talmente male da non fare neanche ridere. Per darvi un’idea: in uno scenario post apocalittico in cui non c’è un’anima viva in giro, i quattro sopravvissuti arrivano nella piazza rossa (sì quella famosa in tutto il mondo che anche se non siete stati a Mosca comunque la conoscete) e ovviamente uno dei quattro esclama: «ci siamo persi».

Su Apple Tv

Touch pilota: è un nuovo serial con Kief “24” Shuterland. Suo figlio di 13 anni non ha mai emesso un suono e lui pensa sia una forma di autismo. In realtà scopre che è in grado di predire il futuro come se fosse una divinità e che sta cercando di “guidare” una serie di apparenti coincidenze secondo un piano prestabilito. E visto che tutti gli essere umani sono collegati in questo disegno universale, noi seguiamo le sorti di un terrorista mediorientale, un’addetta ai servizi sociali, un ex pompiere in pensione dopo l’11 settembre e una coppia che ha perso una figlia. Il tema intriga ma i personaggi li ho trovati noiosetti e scontati, con il sospetto che alla fine non si abbia nulla da dire su un tema già sfruttato al cinema.

Lost Room pilota: e se ci fosse una stanza magica in grado di portarti in ogni luogo desideri? E se gli oggetti di questa stanza fossero tutti magici ognuno a modo loro? Se, per esempio, una penna potesse sparare fulmini? Lost Room si basa su questo assunto e vede un detective dei nostri giorni entrare in possesso della chiave che accede alla stanza magica (usi la chiave in qualsiasi porta ed entri nella “lost room”). Idea carina, ma i cattivoni che si mettono sulle tracce del detective per rubargli la chiave non fanno paura a nessuno.


Un commento a "Ho visto cose… da Hugo Cabret a L’arte di vincere"

  • andrearocky :

    concordo con i commenti ai 4 film…

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