L’addio a Sergio

29 settembre, ore 10,30. Milano, cimitero Monumentale. Attraverso i lavori in corso (questa città è un dannato cantiere) e raggiungo la cappella dove si sta svolgendo la messa. Non si riesce a entrare dalla ressa, fuori saremo circa in 500. E’ il funerale di Sergio Bonelli, l’editore di fumetti più importante d’Italia. Per tanti motivi, più importante del mondo. L’ho conosciuto solo in un’occasione e ho trovato che fosse una persona splendida e così eccomi qua. Un po’ perché voglio bene a lui come a un nonno e un po’ perché voglio bene a tutti i personaggi che ha creato e che continuano a tenermi compagnia.
Il feretro esce e vedo per la prima volta il figlio, un tipo rossiccio molto addolorato che dovrà sobbarcarsi il peso di un’industria in crisi.
Lo portano alla cappella di famiglia, proprio di fronte all’entrata del cimitero. L’ultimo saluto del prete e poi i presenti si mettono in fila per entrare uno ad uno nella cappella a rendergli omaggio. Il cerimoniale va avanti fino alle 13 mentre in tutto il cimitero le persone alternano pianti commossi, strette di mano, ricordi passati, ipotesi future.
Io sono un po’ arrabbiato per questo funerale. Non c’è il sindaco, né tantomeno un rappresentante del comune. Porca miseria se ne è andato un pezzo di Milano! E poi intorno a me non c’è nessun ragazzo sotto i trent’anni: porca miseria non staranno tutti guardando X-factor e il Grande Fratello?

Mi siedo nei pressi di un’altra tomba e me ne rimango un po’ in disparte pensando a quanto sia triste che i fumetti e un uomo tanto eccezionale godano di così poca considerazione. Mi ridesto quando ormai sono rimasto solo ed è ora che vada anche io, tanto più che il cielo ha un’aria strana, indefinita e non ho voglia di prendermi la pioggia, penso. Ma subito le mie intenzioni sono interrotte da un arrivo inaspettato.

«Per mille tamburi sono già andati via tutti», esclama un uomo con la sagoma di un uccello all’interno di un cerchio giallo sul petto. Appoggia una strana scure fatta con un sasso davanti alla tomba e poi rimane in silenzio.
Zagor è stato il primo di una lunga serie, perché poi sono arrivati tutti. Ma proprio tutti. Martin Mystere è arrivato con la moglie. Nathan e Legs erano abbracciati e lei piangeva. Julia si sosteneva a Nick Raider. Gea è apparsa dal nulla come per magia. Napoleone sembrava bisticciare con delle figure invisibili. E poi Ken Parker, Brandon, Demian, Dampyr, Brad Barrow, Cassidy. E poi ancora tutti i loro compari, gli amici, i nemici, le amanti e il cimitero è diventato talmente colmo che non si riusciva nemmeno più a camminare. Un vecchio piper ha sorvolato per un po’ la folla e poi se ne è volato via in un cielo scuro che non prometteva nulla di buono: di certo Mister No sarà andato a ubriacarsi in qualche bar.

«Noi andiamo, vieni anche tu?», mi chiede Bree Daniels con gli occhi umidi.
«Rimango un altro po’, manca ancora qualcuno no?».

Bree lascia un fiore e si incammina. Forse dovrei andarmene subito anch’io. Tanto più che comincia a diluviare.
Un tuono nasconde il galoppo di un cavallo. Tex arriva come una furia. Alza il cappello in segno di saluto. «Addio vecchio Satanasso!». E via veloce come è arrivato.
Lo seguo e mentre esco incontro Dylan e Groucho.
«E’ morto nello stesso giorno in cui sono nato io», dice una figura bagnata fradicia con lo sguardo perso nel vuoto incurante della pioggia.
«Che combinazione», gli risponde l’uomo baffuto col sigaro spento, «come direbbe una cassaforte incontrando un’altra cassaforte».

E’ proprio ora di andare adesso. Addio Sergio.


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