L’odore del gesso che manca ai poligoni

Lo scorso aprile mi è capitata una settimana strana.

Mercoledì, Roma, Cinecittà. Visito per la prima volta i famosi studios italiani per realizzare un servizio sulla mostra che apre al pubblico. Accompagno il collega Giorgio Viaro per realizzare delle foto e ci accoglie Claudia, una ragazza molto carina che mi ricorda una mia fidanzata di quando avevo 16 anni. Claudia è una vera fortuna per noi, bazzica Cinecittà da tempo immemore pur essendo giovanissima e la conosce come le sue tasche e grazie a lei accediamo un po’ ovunque, visitando posti ben al di là di quelli consentiti dalla Mostra. Ed è così che incontriamo Adriano (nella foto), un signore coi capelli bianchi di circa 60 anni che odora di gesso e che è l’artigiano responsabile di oggetti di scena e statue in finto marmo di dimensione mastodontiche per scenografie come quelle de Il Gladiatore.

Giovedì, Gallarate, Cidiverte, il distributore di Take 2 Interactive in Italia, uno dei più grandi publisher al mondo di videogiochi. Vado a vedere in anteprima LA Noir (ne ha parlato anche Gabriele Ferrari sul suo blog), qualcuno mi ha detto che lo hanno fatto con una nuova tecnologia che riprende gli attori da 32 posizioni diverse contemporaneamente. E che attori: il protagonista è Aaron Staton, uno che è anche nel cast di Mad Men tanto per capirci. Entro, saluto e mi siedo nella sala riunioni a provare il gioco. Che è effettivamente bellissimo e che usa la tecnologia di cui sopra per innovare davvero il gameplay: nei panni di un agente nella Los Angeles degli anni ’50 bisogna indagare su diversi casi in cui occorre anche eseguire degli interrogatori in cui si deve capire se l’interlocutore dice il vero o sta mentendo. E qui la capacità di far arrivare al giocatore un’espressione del viso, un gesto, uno sguardo, è essenziale per capire davvero chi abbiamo di fronte. E devo dire che questi attori digitalizzati hanno qualcosa in più di quanto visto in altri videogame, si ha un’empatia diversa con questi personaggi fatti di poligoni.

Mercoledì, Roma, Cinecittà. Stringo la mano bianca di Adriano senza esitazione, dovesse sporcarmi sarei anche un po’ contento di avere un po’ di cinema sulla mia pelle. Lui è un fiume in piena e in 15 minuti racconta una serie di aneddoti che ci si potrebbe scrivere un libro. Come quando la Lollobrigida gli ha chiesto di poter avere in regalo una statuetta e lui gliel’ha negata perché ogni cosa ha un costo. «Una statua delle dimensioni di un uomo richiede circa venti giorni per essere realizzata e ha un valore intorno ai 15 mila euro», ci dice. O come quando Sylvester Stallone gli ha commissionato i fregi in stile romano per la sua villa a Miami. Il suo laboratorio è un immenso magazzino di cimeli. «Questi qua sopra sono i lampadari del Salò di Pasolini, mentre quella è una statua del Gladiatore. Il film non l’hanno girato a Roma, ma Ridley Scott è venuto a trovarmi lo stesso…».

Giovedì, Gallarate, Cidiverte. Finita la prova di LA Noir chiedo lumi sulle nuove tecnologie utilizzate per il videogame e mi vengono mostrati dei filmati. Mi viene subito in mente di quella volta in cui visitai gli EA Studios in California, mi pare nel 2005. EA è un altro publisher tra i più importanti al mondo e gli studios sono quei posti dove vengono sviluppati i videogiochi. Quelli che ho visitato io erano pieni di ragazzi dai 18 ai 30 anni che praticamente lavoravano/vivevano in un edificio con ogni comfort: palestra, sala giochi, cucina, docce, campo da basket e da calcetto. Questi ragazzi, in un’atmosfera da Campus, stavano tutto il giorno (e certe volte anche la notte) incollati ai loro computer a programmare, disegnare poligoni, sviluppare effetti speciali, provare il loro gioco in cerca di bug, ecc. ecc. E mentre vedo il filmato in cui Aaron Staton è ripreso da 32 posizioni diverse contemporaneamente in uno studio col blu screen e con un bel pò di sensori addosso, mi immagino poi tutto l’immenso lavoro che ragazzi simili a quelli degli studios di EA in California han dovuto fare per trasformare quei dati in un videogioco spendendo giorni e notti davanti al computer.

Mercoledì, Roma, Cinecittà. Adriano e la sua famiglia decorano i set da tre generazioni e praticamente anche lui è ormai diventato un pezzo di Cinecittà. Fuori dal suo laboratorio è posteggiato un motoscafo: «e questo in che film lo hanno usato?», gli chiedo. «No, questo è mio», mi risponde, «devo portarlo al mare, ma mi dimentico sempre», e così facendo senza accorgersene mi conferma la realtà di un mondo e di un cinema fatto di persone, di rapporti, di luoghi, un mondo fatto di gesso che fa finta di essere marmo. Lo saluto con un affetto che non saprà mai, perché io gli voglio bene ad Adriano, un bene un po’ velato dalla malinconia e dalla consapevolezza che il domani è fatto dagli Avatar e dai Transformers.

Giovedì, Gallarate, Cidiverte. Mi lascio LA Noir alle spalle e sulla strada del ritorno penso a tutto questo mondo che corre verso la digitalizzazione, alle discussioni sull’ultimo effetto speciale, alle parole spese su quanto sia efficace la CGI in un film o quanto le texture e i poligoni dell’ultimo videogame siano aggiornati alla versione 2.02. E penso che anche quando arriveranno alla versione 100.2 3D gli mancherà sempre l’odore del gesso.


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