Habemus Papam, capolavoro sbagliato

L’ultimo film di Nanni Moretti è senza dubbio un capolavoro dal punto di vista cinematografico. Non mi è mai piaciuto Moretti, anche se gli ho sempre riconosciuto un talento eccezionale: è un fuoriclasse con una straordinaria dote comunicativa sia come attore, sia nella scrittura cinematografica che ha sempre contraddistinto i suoi lavori. Non ricordo più chi disse che non si può considerar regista uno che piazza la cinepresa su un cavalletto e poi ci recita davanti, ma fino ad Habemus Papam era un’affermazione anche condivisibile. Invece nella sua ultima opera Nanni dimostra di saper ben utilizzare tutti gli strumenti del linguaggio cinematografico: gli attori in grado di valorizzare una scrittura pressoché perfetta, le musiche usate per sottolineare certi momenti “poetici” o altri comici, i movimenti di macchina, sempre pertinenti nell’evidenziare stati d’animo e ritmi.
Il film è una dichiarata e feroce accusa alla Chiesa e al credo cristiano e su questo è certo fin d’ora che tutti si azzufferanno in molteplici dibattiti. Se un film fa discutere e invita a delle riflessioni non può che essere un bene. Mi ci infilo anche io in questa discussione e spiego subito per quale motivo, anche se non sono un credente e condivido per molti versi l’accusa di anacronismo mossa alla Chiesa, ritengo che Habemus Papam sia “sbagliato” e moralmente non condivisibile.
Il problema del messaggio, che da un certo punto di vista è anche un problema del film perché ne azzoppa le intenzioni, è il suo essere critica sterile. Muovere accuse o critiche senza avere la forza di proporre delle alternative è, nella mia esperienza di vita, sempre e solo dannoso per tutti. Anche perché è sempre molto facile criticare, ma spesso poi quando ci si scontra con la realtà dei fatti si scopre che non vi sono alternative plausibili e quindi la critica perde completamente di senso.
Mi immagino quanto sarebbe stato più forte e più vero questo Habemus Papam, se non si fosse limitato a descrivere gli uomini di chiesa tutti come “stupidotti” (per non dire “vecchietti rincoglioniti”) o se la crisi del Papa stesso non si fosse limitata a una resa totale di inutilità nella dichiarazione finale.
L’idea del Papa in crisi è geniale metafora e dà spunti per diversi livelli di lettura in tantissime parti del film. Ma a cosa serve far fare un percorso al Papa in incognito facendolo stare in mezzo alla gente comune, se tale viaggio non è poi ispirazione per uscire dalla crisi? E’ solo un modo per fargli dire alla psicologa “sono un attore”, a chi ha problemi di famiglia “non chieda a me, io non sono qui, sono nelle mie stanze”, per fargli ripetere all’infinito “io sono inutile, non riesco più a fare niente”, per farci vedere quanto sia un fantasma per tutte le vite piene di problemi che gli scorrono intorno?
“La vita non ha senso, è questo il suo fascino”, o qualcosa del genere, dice lo psicologo Moretti mentre parla del darwinismo. Ma se questa è l’alternativa proposta, ci si rende conto di quanto sia pericoloso non avere più appigli morali od etici?
In questo senso Habemus Papam è, purtroppo, un film sbagliato.


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