The Terminal (ovvero quando la realtà fa più incazzare della finzione)

Questa e’ la storia di un giovane ragazzo, felice ed entusiasta, che sorride perché uno dei suoi sogni e’ in procinto di avverarsi. Fa l’attore ed e’ a Parigi perché sta facendo le prove di un film che, di li’ a qualche giorno deve iniziare. Un film bellissimo, quello che sognava di fare da sempre e che pensava non gli sarebbe mai capitato. Un regista importante, una storia avvincente, azione, momenti intensi, tutti gli ingredienti per dar vita a qualcosa di spettacolare.

Durante le prove capisce che dovrà dare il massimo per reggere 2 mesi di riprese, che si preannunciano impegnativi, e per essere al livello di un cast formato da veri talenti internazionali. Non sono ammesi errori, esitazioni, ci vorrà stomaco, cervello e cuore. Ma lui e’ pronto. La giornata di prove e’ finita. E’ il momento di tornare in Italia per l’ultima volta, prima di iniziare ufficialmente la sua nuova avventura. Tornare…Forse…

Ed ecco che, dopo una giornata di sogni, la vita reale, sfonda prepotentemente la porta magica dell’immaginario e riporta il nostro giovane sognatore con i piedi per terra. Sale sull’aereo verso le 8 di sera, e, come succedeva in “Final destination”, una serie di segni colpiscono la sua attenzione. Uno sguardo insistente, un oggetto che cade, un rumore irriconoscibile…o meglio…sembra che qualcosa abbia tamponato l’aereo…possibile? Il tempo passa, il caldo aumenta, i bambini iniziano a piangere, urlare, il brusio cresce e il “popolo” inizia a rumoreggiare.Dopo 2 ore capisce che si, e’ possibile che un aereo venga tamponato e viene fatto scendere…Il malcontento serpeggia tra le fila dei sudditi di un regno che non c’e', ma i ministri del re cercano di tenere a bada il popolo con false promesse e penose elemosine di poco più che pane e acqua.

E proprio quando la pentola del malcontento sembra sul punto di scoppiare, arriva il colpo di grazia: il re ha abbandonato il suo popolo, non si parte più. A questo punto servirebbe un “Braveheart”, un cuore coraggioso disposto a morire per regalare la libertà ai compagni. Nessuno sembra avere questa ambizione. Abbandonati a loro stessi in uno scenario di solitudine e disperazione, il popolo vaga confuso nella pancia del grande aeroporto vuoto: non si può entrare, non si può uscire. La prossima speranza e’ fra 10 ore. E come in tutti i film in cui ci sono ” superstiti finiti in luogo ostile e sconosciuto” , l’essere umano si adatta.

Le madri preparano giacigli di fortuna per i figli, i padri in cerca di provviste, anziani silenziosi e rassegnati, giovani pieni di vita e sorridenti nonostante tutto. Cala la notte, scende il silenzio, qualcuno dorme, altri vagano come fantasmi di anime senza pace. “The road”, un padre che spinge un carrello e un bambino che lo segue sconsolato e stanco, entrambi stazzonati e tristi. “The terminal”, un uomo con un elegante abito non più stirato, che si rade in bagno. “The day after”, intere famiglie dormono abbracciate per terra per contrastare il freddo di un grande spazio vuoto.

Perdonate questo post delirante, ma non dormire non fa bene a nessuno. Il sole e’ già spuntato e fra un paio d’ore conosceremo il nostro destino. Mi sembrava il modo giusto di augurarvi buone vacanze perché, ovunque andrete, spero non vi capiti nulla di peggio di questo. E se dovesse capitarvi,approfittatene per fare quello che alimenta la fantasia, ovvero dare alla realtà un significato alternativo. Anche se siete incazzati neri.

E non sottovalutate mai l’importanza di uno spazzolino da denti nel bagaglio a mano. Bon voyage!


Un commento a "The Terminal (ovvero quando la realtà fa più incazzare della finzione)"

  • rosatigre :

    mi spiace per questa disavventura; l’ho avuta anch’io a Natale: ho passato la notte a Fiumicino per mancanza di equipaggio dell’aereo…non ho dormito per avere sott’occhio la valigia e ho passato l’intera nottata a fare file per assicurarmi il prossimo volo…buon viaggio, buone vacanze anche a te e in bocca al lupo per tutto ;D

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