PACIFIC RIM, aspettando Lovecraft

Amavo i mostri.

Quando andavo alle elementari ne collezionavo di ogni tipo, li portavo a scuola con me e li mostravo fiero ai miei compagni, convinto che potessero capirmi. Forse mi capivano, ma io ero diciamo… troppo fiero. Così fui etichettato con una serie di nomiglioli che associavano me ai mostri in maniera non proprio lusinghiera.

Riposi con dolore i miei scorpioni giganti e le altre creature che mi facevano compagnia in un cassetto e non le portai più con me a scuola, ma questo non bastò a placare il dileggio nei miei confronti. La scuola finì e io giurai a me stesso che con i mostri avrei chiuso, che le medie avrebbero potuto essere una nuova partenza, e così fu.

20 anni dopo vidi Cloverfield e mi riappacificai con i mostri. La creatura di J.J. Abrams inaugurava una nuova generazione di Monster Movies occidentali (saccheggiando a mani basse l’immaginario orientale ovviamente) da cui sentivo di poter essere apertamente esaltato. C’era il mostro, ma c’era anche uno stile nuovo per raccontarlo: la “prospettiva ad altezza uomo” proposta qualche anno prima ne La Guerra Dei Mondi di Spielberg veniva qui estremizzata con l’approccio documentaristico del found footage. Non proprio per tutti, ma per un giovane videomaker come me era fomento puro.

Se c’è un elemento stilistico che ricorderemo di questi anni di cinema fantastico è che la macchina da presa non è più immateriale. L’occhio del regista non è immune a ciò che accade in scena, e senza arrivare ai casi limite del found footage, oggi in molti (ultimo esempio Man Of Steel) suggeriscono subliminalmente la concretezza di elementi fantastici dando alla camera delle “reazioni fisiche” agli avvenimenti… anche se a volte i registi sembrano proprio non curarsi che i loro film verranno visti in 3d e certi movimenti di macchina shakeratissimi o tagli di montaggio troppo serrati faranno davvero male agli occhi (ultimo esempio Man Of Steel).

Dopo Avatar il 3D è stato usato con cura ed efficacia solo in pochi casi, come Vita di Pi… e finalmente Pacific Rim.

 

Così come Ang Lee, Guillermo Del Toro vuole fare un cinema globale, che unisca Oriente e Occidente riconoscendo a ciascuno i propri meriti nella creazione di un immaginario comune.

Pacific Rim è un’esperienza cinematografica liberatoria ed esaltante, uno di quei film con eroi per cui si fa il tifo, sulla cui umanità non si indugia tanto (non c’è tempo, non c’è bisogno), ma di cui il solo vacillare di una durezza marziale ci fa intravedere un mondo. Non scorrono fiumi di lacrime (non c’è tempo, non c’è bisogno), ma al momento giusto ci si commuove, ci si sente parte di una riscossa, si sogna che questo genere di controffensiva non veda più coinvolti uomini contro altri uomini.

Ci voleva un attacco su larga scala di giganti mostri marini per far andare d’accordo tutti i governi del pianeta! E pur se è la guerra a unire, è un piacere vedere fianco a fianco russi, cinesi e americani, ognuno con la propria filosofia esistenziale e bellica condensata in un titanico robot.

Abbastanza straniante vedere J.J. Abrams interpretare lo scienziato protagonista.

Del Toro farà film più assoluti di questo, così come fece con Il Labirinto Del Fauno, creerà opere ancora più personali di questa (che è una fantastica e riuscitissima fusione 2.0 di Cloverfield, Independence Day e tanti cartoni giapponesi di cui non sono un esperto) … non resta che augurarsi che questo film vada così bene da permettergli di tornare a quello che davvero sarà il suo capolavoro: Le Montagne Della Follia di Lovecraft!

Ammetto che un po’ ci ho sperato che il Kaiju di categoria 5 fosse Cthulhu, ma sarà per la prossima volta.

Oggi posso dirlo senza più vergogna: amo i mostri, un giorno ve lo dimostrerò.


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