TO THE WONDER – Terry, l’ultimo poeta

Ho a lungo aspettato To The Wonder.
The Tree Of Life è un film che ha davvero cambiato il mio sguardo sull’esistenza, lo vidi con il mio professore di filosofia Mariano Aprea, e con lui ho voluto vedere To the Wonder.

Ne avevo sentite di ogni tipo: Malick si ripete, Malick annoia, Malick è un manierista, Malick ha rotto, ecc.
Dopo The Tre of Life Malick è diventato per me un culto, per un motivo se non altri: è forse l’ultimo regista che può permettersi di fare poesia pura al cinema.

Non credo abbia senso andare a vedere i suoi film se non si è mossi dal genuino desiderio di celebrare l’ultimo poeta, un narratore che per 2 ore ci farà vivere in un poema attraverso il mezzo cinema. Ora, sfido io il miglior poeta di sempre a non sbandare un po’, a non disperdere un po’ l’attenzione, a non annoiare un po’, con una lirica di 2 ore.
Per me… ci sta.
Ci sta che qualche scena non sia forse centratissima e che certe insistenze possano risultare superflue.
C’è in Malick l’urgenza ossessiva di raccontare il Tutto, andare oltre i confini dell’esperienza umana… i suoi tentativi sono spettacolari, profondi, ma spesso vani, come quelli di un Uomo.

Eppure questa tensione è davvero magica.
To The Wonder è un concentrato di epifanie, ogni scena, spesso ogni inquadratura, è una piccola o grande epifania (di solito in un film se di epifanie ce ne sono un paio è già tanto).
Ogni inquadratura rivela qualcosa, senza mai e poi mai farlo con le parole.
Le parole non saranno mai efficaci abbastanza per farci Sentire ciò che vediamo, e infatti sono poche, e per lo più poco incisive. Di rado alle parole è affidato il compito di darci una chiave di lettura: “Se ti lasciassi perché non vuoi sposarmi significherebbe che non ti amo”, il film sta tutto a noi capirlo… “bisogna amare, che ci piaccia o no”.

Il trailer lascerebbe pensare che sia la religione la chiave interpretativa di questo complesso ingranaggio sensoriale che è To the Wonder, ma non è così. La religione è una possibilità, limitata e insoddisfacente. La religione, in sostanza, fallisce. Si ferma davanti alla natura selvaggia (umana), incapace di dare risposte se non attraverso l’Etica “tu devi amare, anche se non ti piace”.
E parafrasando Mariano, “l’Etica è una risposta, ma l’Eros va a farsi f…..
La religione degli uomini, una religione maschile, non sa proprio gestire il Femminino, ed è questa l’ennesima meraviglia di To the Wonder: l’incapacità del maschio, in ogni modo, di controllare il Femminino.

“L’uomo che fa un errore può pentirsi, ma l’uomo che esita, che non fa nulla, che seppellisce il suo talento, per lui Dio non può fare nulla”.
Tralasciando come questa frase si applichi perfettamente anche all’interpretazione di Ben Affleck, questa è una profondissima pietra lanciata nel lago di To the Wonder, che con le sue onde concentriche fa oscillare tutto.

Ma qual è il talento di questi personaggi? Malick ci parla quasi solo d’amore: è un limite questo? O non è in fondo attraverso l’amore che la maggior parte delle persone sente di dare un senso a ogni cosa?
L’Amore è la risposta?

No.
Non si può consacrare la propria esistenza all’Amore, in questo fallisce l’inafferrabile protagonista. L’Amore da solo non può riempire gli spazi vuoti che ci circondano, non può farlo per sempre.
L’Amore romantico non basta a riempirci la vita, e ancor più lacerante è il vuoto quando lo lasciamo andare.

I consigli di un’amica hippie non ti salveranno: “la vita è un sogno, nei sogni non puoi sbagliare, nei sogni puoi essere quello che vuoi”, Malick te le butta là queste frasi, ma non le rende macigni, sono parole al vento, puoi crederci se vuoi, forse dureranno… almeno finché non finisce il film. Perché oltre il film ricomincia la tua di vita, quella vera, che non assomiglia sempre a un sogno.
Inevitabile domandarsi se la propria storia d’amore possa reggere attraverso il tempo, e capisco quanto sia importante in una coppia condividere obiettivi, ideali, lotte, e non solo amore.
Cosa ci terrà uniti se l’amore dovesse vacillare?
Non è meraviglioso che un film ti faccia tanto riflettere? Ma sto divagando.
La vera, vorticosa attenzione del film è nel desiderio di appartenenza, di come bruci, di come sia insostenibile.
Forse è vero, bisogna amare, con forza, dedizione, che ci piaccia o no, perché se non lo facciamo, il Femminino ci sfuggirà di mano nella sua naturale tendenza al caos… e di fatti le cose vanno proprio così per il povero, inerte Ben Affleck.

Ma se non è Ben ad essere passionale, lo è quanto mai lo sguardo di Malick, ossessionato dalla smania impossibile di possedere la materia e i corpi… c’è da dire che le attrici gli si concedono con una generosità disarmante.

È incredibile pensare a quanto deve aver improvvisato con gli attori per poi poter scegliere solo quei piccoli, brevissimi frammenti a cui abbiamo il privilegio di assistere.
Malick è così, contrariamente a quasi tutti i grandi autori che preferiscono inquadrature solenni e prolungate, lui fa un montaggio serratissimo, sfida l’attenzione dello spettatore che non può mai prevedere lo stacco successivo. Ogni inquadratura contiene qualcosa di prezioso, ma sempre, dolorosamente, non vi indugia.
La bellezza, la meraviglia dura poco, poi diventerebbe normale, forse.
La natura consola con la sua bellezza, ma non offre vie di fuga.

Anche l’orizzonte può sembrarci una prigione…
Non smettiamo di lottare.


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