Re della terra selvaggia del cinema contemporaneo.

Come spettatore giudico sempre la bontà di un film dalle emozioni che mi trasmette, dalla potenza di tali emozioni… se poi anche la storia è scritta magistralmente, beh allora probabilmente scatta per me il “capolavoro!”.

Però per me è sopportabile che una storia non chiuda proprio tutto quello che ha aperto, è accettabile che la trama “sbandi” un po’ se a ricompensarci è una forte, fortissima emozione.

Re della terra selvaggia ci racconta un mondo ai margini della società, ci racconta le fantasiose vicende dei personaggi che lo abitano, e ci fa sentire da subito, miracolosamente, quanto questo sia un piccolo mondo che merita di essere protetto. Con poche, evocative immagini e la perfetta musica ci è chiaro, indiscutibile, perché quel mucchio di rifiuti sia una casa da cui è impossibile separarsi.

E quindi quale strazio (una delle mie parole preferite al cinema) maggiore si può chiedere a un film se non raccontarci la forzata separazione da questa casa?

Commuove pensare al successo e ai riconoscimenti che un film così piccolo sta ottenendo nel mondo: è una gemma da non perdere, un inno, un grido di resistenza…

Che sia la fantasia e il sentimento a risollevarci dalla crisi dei mezzi e delle risorse!

 

 


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