Come SBLOCCARE la propria vita, la propria carriera e generare amore con l’unica bugia che vale la pena dire.

Se il titolo di questo articolo sia pretenzioso o meno è ancora presto per dirlo, quella che vi racconto oggi è l’impresa della mia vita, compiuta insieme alla migliore compagnia che potessi trovare lungo la strada.

Quando sei molto giovane e il tuo sogno è fare il regista c’è una frase che sa davvero accecarti: «Ti va di dirigere un film?».

Al netto delle migliori intenzioni di un produttore che te lo propone, l’esperienza mi ha insegnato che essere nominato regista di un film non è affatto necessariamente il primo passo per dirigere un film, perché più spesso che altrimenti i film non partono.

Sono stato nominato regista di lungometraggi più volte prima di diventarlo effettivamente con Come non detto.

Dopo gli anni trascorsi al Centro Sperimentale, dove tutto sembrava possibile e a portata di mano, mi sono impantanato come molti nel limbo amorfo sospeso nel tempo meglio conosciuto come precariato.

Forse il mio primo film sarebbe arrivato lo stesso, ma di certo sarebbe stato diverso se non mi fossi tenuto allenato nel frattempo, forse dirigere è come andare in bicicletta, ma le topografie cambiano e i muscoli si sgonfiano, stare fermi troppo a lungo non può essere un bene.

Sono sempre stato della filosofia che le occasioni non vadano aspettate (sarebbe folle), e nemmeno cercate (sarebbe ingenuo), le occasioni vanno COSTRUITE. Specialmente ora che la tecnologia ha raggiunto livelli impressionanti con costi davvero accessibili.

Realizzare oggi cinema indipendente in Italia mi sembrava una mossa fuori dal tempo, uno sforzo disumano per un prodotto di difficile collocazione. L’attenzione del pubblico italiano per simili produzioni culturali si è ripetutamente dimostrata pressoché nulla; non credo sia irrecuperabile, ma sarà un processo lungo, come quello per restituire alla parola “cultura” una connotazione squisitamente positiva e non supponente/snob/radical chic. Io credo nella cultura, e credo che sia difficile appassionare le persone ad attività culturali contemplative in un mondo ipercinetico e consumistico come quello in cui viviamo… ma deve esserci una via, deve esserci… altrimenti per cosa stiamo lottando?

Il culto degli Autori in Italia sopravvive in pochissimi casi, e spesso non basta comunque a raggiungere il break even point. Rimane per le grandi produzioni il prestigio di produrre film importanti con soldi dello Stato, ma questo è esattamente ciò che distruggerà il cinema se la cultura continuerà ad essere additata come “spesa superflua in un momento di crisi”.

Chi mi conosce sa che io sono una persona ambiziosa; be’, la mia ambizione principale è quella di riconciliare la cultura con l’intrattenimento, ed è partendo da questo che ho cominciato a scrivere la mia prima web beries: STUCK – The Chronicles of David Rea.

(NOTA: Stuck è la prima web series italiana in lingua inglese, qualora non partissero in automatico, i sottotitoli in italiano sono disponibili cliccando sul tasto “CC” appena sotto il video)

Perché se il problema principale del cinema indipendente è la distribuzione per i produttori, e la visibilità per i creativi, allora questo problema va bypassato. Ecco perché una web series, ecco perché YouTube, ecco perché l’inglese (anche se la vera scelta dell’inglese è dipesa dallo humour anglosassone della serie, spesso intraducibile in italiano).

Questa è stata di certo l’impresa della mia vita, e della vita di molte persone che mi hanno affiancato, a partire da quella della producer (che sarebbe poi diventata mia moglie) Emiliana De Blasio, che persino in viaggio di nozze ha dovuto sopportarmi mentre mi accaparravo un po’ di materiale video extra (come i primati e gli scheletri all’inizio del terzo episodio).

Di Riccardo Sardonè, che interpreta il protagonista, un vero visionario del Web, al physique du rôle mi sono ispirato nello scrivere il personaggio di David Rea. Una persona davvero troppo buona per questo mondo, e coraggiosissima nel mettersi in gioco autoironicamente su tutti i tabù che un maschio alfa come lui non dovrebbe mai mettere in discussione.

Dello splendido cast che siamo riusciti a formare, diventato col tempo una vera e propria famiglia.

Della instancabile troupe che ci ha seguito con indefesso entusiasmo (complici i banchetti di mia suocera).

Di mio padre che figura come elettricista, ma è stato un vero e proprio Mr.Wolf/problem solver (vi basti pensare che ha costruito lui i dardi del secondo episodio, sfido chiunque a trovare dei dardi soporiferi).

Del mio story editor Giovanni Masi che mi ha aiutato a dare coerenza e potenziare le mie turbe solipsiste.

Del mio montatore Alberto Masi con cui ho passato i mesi più divertenti e impegnativi di cui ho memoria!

Dei musicisti Alessandro Santucci e Valentino Orciuolo che hanno appena pubblicato la colonna sonora di STUCK su iTunes!

Di Irene Pannacci che ha realizzato la sigla di STUCK e la copertina della colonna sonora!

E di tutte quelle persone che hanno capito quanto fosse prezioso tutto ciò e lo hanno condiviso con i loro amici su Facebook, Twitter e sui blog attraverso recensioni e interviste. A tutti voi va il mio grazie più sentito.

E oggi che la prima stagione finisce con il decimo episodio ci salutiamo, ma affinché questo sia solo un arrivederci vi chiedo una cosa.

Per quanto possiate pensare che un prodotto come Stuck cresca da solo, non è così, siete voi a farlo crescere quando ne parlate e contagiate i vostri amici, e il destino, la continuazione delle cronache di David Rea dipendono da voi, quindi continuate a farlo, continuate a condividere gli episodi, recensiteli, e sopratutto iscrivetevi al canale YouTube (è gratis, solo un click) e fate iscrivere tutti.

Solo se i numeri saranno dalla nostra sarà possibile fare una seconda stagione, quindi amici, armatevi di tenacia e spargete il morbo di Stuck!

Quindi qual è la bugia che ha dato una spinta alla mia vita, alla mia carriera e che è in senso ultimo l’unica morale positiva che mi sento di trarre dall’oceano di immobilismo nichilista cosmico di Stuck?

Che a volte la vita ti chiede di ballare una danza che non conosci, per cui non sei preparato, dalla quale forse non c’è ritorno… la vita ti porge la mano e ti dice: «Vieni, balliamo» e tu puoi fare due cose: puoi dire la verità («Non conosco i passi di questa danza, mi dispiace, resterò qui seduto»), o puoi mentire a te stesso e alla vita sulle tue capacità, puoi alzarti e cominciare a muoverti, e attraverso qualche pestata di piede e figuraccia, imparare a ballare.

 


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