Sto cercando di raccogliere le idee su Gone Girl, qui al Festival di Roma sono l’unico che non è entusiasta, c’è qualcosa che non va. In me? Nel film? L’opera di Fincher, come quella di Cronenberg, ha una gravità che trascende i generi, sembra più seria del cinema stesso: nelle sue espressioni migliori è un dito puntato sul mondo. Mi rendo conto che i film puramente drammatici oggi non sono in grado di arrivare così lontano, il mondo in cui viviamo è un oggetto del thriller (o della commedia), abbiamo la sensazione di vivere sull’orlo di qualche catastrofe, tutto è ridicolo e terrificante...
Fa caldo, ma non c’è nemmeno un sole vero, le nuvole si spezzano per tratti brevissimi, più spesso si sovrappongono, diventano scure: suggeriscono pioggia e procurano afa. Quasi tutte le strutture provvisorie del Festival sono cambiate: non c’è più il ristorante, è stato sostituito da una serie di punti ristoro, hanno nomi come “Frizzo”, “Porchettaro”, “Pizza J”. Le proiezioni serali per la stampa avvengono a volte allo Studio 3, è una saletta con uno schermo largo forse 5 metri, non ci sono poltroncine ma sedie, puoi spostarle dove vuoi; la sala Lotto e la sala Alitalia, che tenevano centinaia di giornalisti, sono scomparse, non le riempirebbe più nessun film...
Ho iniziato a leggere Dylan Dog a 14 anni, nel 1990, con un albo non particolarmente riuscito - La Jena - che avevo scovato sotto il banco di un compagno di classe. Come accadeva a tanti, ero affascinato dal mix di orrore, romanticismo e sense of humour di quelle storie: erano al contempo accoglienti e pericolose. Percepivo la minaccia e la neutralizzavo volentieri sotto le coperte o in vasca da bagno, restavo a mollo tanto a lungo da dover rabboccare l'acqua calda almeno un paio di volte...
E' stata un'edizione povera. Alcune dinamiche interessano solo agli addetti ai lavori, ma il Festival continua a perdere pezzi per strada: gli accreditati diminuiscono (una volta si rischiava di restar fuori dalle proiezioni dei film più attesi, oggi si entra sempre, ovunque), il Villaggio del Cinema è dimezzato (niente più stand dove acquistare blu-ray e dvd in anteprima, niente più librerie, è rimasta giusto una pizzeria al trancio), e gli allestimenti in generale sono ridotti al minimo, spuntano incerti attorno alla voragine piena di amianto dove avrebbe dovuto sorgere - e non sorgerà mai - il nuovo palazzo del cinema, quello con la lunga facciata di vetro "ad ala di libellula"...
Questa storia dell'Ice Bucket Challange è ormai completamente fuori controllo. Per chi non lo sapesse, si tratta di personaggi del mondo dello spettacolo che si rovesciano addosso una secchiata di acqua e ghiaccio. È la scusa per sensibilizzare il pubblico sulla ricerca contro la SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica) e raccogliere fondi (questo è il sito, questi sono Thor e Loki che lo fanno)...
Aveva il viso largo e forte, non era davvero bello: il naso gli puntava il mento sporgente, e uno tirava in giù, e l’altro saliva, dandogli un profilo anziano. Sembrava un uomo solido, di forza antica. In quell’aspetto robusto si nascondevano gli occhi chiari, che brillavano di un’intelligenza gentile e consapevole. Era una contraddizione fisionomica che specchiava i modi del suo talento: comunicava un calore limpido, una benevolenza solida e rassicurante, che sono poi le doti di un padre...
Mi sono messo da parte un numero di Film TV di qualche settimana fa in cui Roy Menarini, nella sua rubrica Visioni dal fondo, racconta la sua passione per le prime file della sala cinematografica. È un passione che condivido, ma di cui non condivido le ragioni. Menarini scrive (non troppo serio, ma convinto): "Non sopporto gli spettatori. […] Voglio lasciare tutti alle spalle: quelli che parlano, maleducati rompiscatole o anziani duri d'orecchio; […] quelli che mandano whatsapp e consultano il meteo sullo smartphone, che illumina a giorno la sala; quelli sudati e quelli con l'alito da topo morto; quelli che allargano le gambe o sgomitano ignorando il confine immaginario rivestito dal bracciolo […]...
Cosa è venuto prima, la musica o la sofferenza? […] Sono tutti quei dischi che ci fanno diventare malinconici? La gente si preoccupa perché i ragazzini giocano con le armi, perché gli adolescenti guardano film violenti; c’è la paura che nei giovani finisca per imporsi una specie di cultura della violenza. Nessuno si preoccupa dei ragazzini che ascoltano migliaia di canzoni – migliaia, letteralmente – che parlano di abbandoni e dolore e sofferenza e perdita...
Quando le chiedo un po' scettico se davvero è così appassionata di horror come mi hanno suggerito poco prima, Chiara non tira fuori Shining o L'esorcista, come mi aspetterei, ma… Scott Derrikson. Mi cita L'esorcismo di Emily Rose e Sinister, e quando (un tantino in difficoltà) abbozzo: «Mi pare che ora stia per uscirne un altro», dice: «Certo, Liberaci dal male». Poi altri titoli oscuri dell'underground americano mi convincono che no, non è un bluff...
Tornato a Milano, in questa domenica di sole sacrificata al bucato, raccolgo due settimane di appunti, tweet, post su Facebook, scartoffie, e biglietti usati. E scopro che il mio Festival è stato così. PIOGGIA Un giorno piove, l’altro no, domani chissà. Annata fortunata, il 2013 aveva contato molti più temporali. Non è comunque l’acqua che ti frega, è il vento folle che sale dal mare e ti scoperchia l’ombrello...