Il caso Woody Allen: il movimento Time’s Up rischia di suicidarsi?

Due anni fa stavo intervistando Woody Allen durante una roundtable. Era a Cannes per Irrational Man, e finimmo a parlare della serie tv che Amazon gli aveva commissionato e che poi sarebbe uscita con il titolo di Crisis in Six Scene. Disse: «Oh mio Dio, questa cosa della tv è un incubo, va avanti da due anni. Amazon è venuta da me e me lo ha chiesto, ma ho detto di no, non seguo le serie tv, la sera esco a mangiare, poi guardo il basket e alla fine ho sonno. Sono tornati ogni due mesi e ogni volta la proposta era più vantaggiosa, sempre più soldi e più libertà creativa. Alla fine era così vantaggiosa che non sapevo più come rifiutare: “Deve durare sei ore, per il resto può fare quel che vuole”

Era il 2015 e la famosa lettera di Dylan Farrow al New York Times era già vecchia di quasi un anno e mezzo. Le sue prime accuse, di ventitré.

Questa frase mi è tornata in mente nei giorni in cui la sassaiola mediatica nei confronti del regista ha raggiunto il suo picco, spalancando uno scenario inquietante: è probabile che il nuovo film di Allen, A Rainy Day in New York, non venga distribuito da Amazon nelle sale cinematografiche, ma finisca direttamente in streaming, senza alcuna attività promozionale a sostegno.

Personalmente, non so se mi faccia più paura l’ipocrisia di chi, come Rebecca Hall o Timothée Chalamet, ha rinnegato il film e il rapporto con Allen per opportunismo professionale, o quella di un’azienda che opera una scelta basata unicamente sull’interesse economico, spacciandola per etica (propendo per il primo caso, e in ogni caso senza il primo il secondo non si verifica).
Ma è anche vero che molte opere importanti fanno ormai un percorso simile senza bisogno di scandali veri o presunti a monte (vedi quanto accaduto di recente con Annientamento).

Quindi tutto ok?

Non so. In generale mi rendo conto che queste forme sempre più subdole (perché parziali e cavillose) di censura stanno spostando l’attenzione dalle premesse del movimento Time’s Up alle sue estensioni più discutibili (vedi anche quanto successo con Aziz Ansari), e potrebbero trasformarsi in uno dei più clamorosi casi recenti di suicidio politico e intellettuale. Il caso Allen infatti, inteso come somma degli attacchi verbali alla sua persona e dell’ostruzionismo industriale al suo ultimo lavoro, fa seguito alla preventiva e ridicola rimozione di Kevin Spacey da Tutti i soldi del mondo, alle vigorose proteste nei confronti della retrospettiva dedicata a Polanski dalla Cinématèque Française, e più in generale alla tentazione sempre più diffusa di voler destinare personaggi controversi (in alcuni casi comprensibilmente, in altri un po’ meno) e la loro arte allo stesso destino: l’invisibilità, l’annientamento, la soppressione dai cataloghi, oltre naturalmente alla stroncatura della carriera.

Presto sembrerà più urgente una manifestazione contro l’oscurantismo, di una contro le molestie sul luogo di lavoro o a favore delle pari opportunità? Il rischio c’è, perché sono le opere di ingegno, ovvero la loro più libera e ampia diffusione, a creare il contesto sociale che a sua volta consente il fiorire dei movimenti progressisti. Tutto questo naturalmente senza considerare la pretesa, nello specifico, di contraddire un sistema di giustizia che ha già emesso la propria sentenza (anzi: ha preventivamente rifiutato di procedere).

In conclusione: se il movimento Time’s Up baserà la sua forza d’impatto su campagne d’opinione come quella che sta subendo Woody Allen in questo periodo, sono convinto che qualcuno comincerà a scendere in piazza per arginarne le conseguenze, invece che per sostenere le cause.
Pensate a quanta fatica sprecata, da qualunque parte la si guardi.


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