La questione femminile nel cinema del 2017: tre film da vedere (e uno da riscoprire)

Se il 2016 è stato per tante ragioni – dalla fine della presidenza Obama al film-fenomeno Moonlight, passando per gli straordinari documentari I’m Not Your Negro e 13th, ma senza dimenticare il caso Nate Parker – l’anno della questione razziale, il 2017 ha visto tornare al centro del dibattito culturale e politico la questione femminile. La morte di Hugh Hefner, lo scandalo Weinstein e l’uscita di un gran numero di splendide serie TV capaci di toccare il tema da prospettive differenti (da Big Little Lies a Feud, passando per I Love Dick e Glow) sono sul taccuino di qualsiasi osservatore, eppure non c’è ancora un film che venga celebrato come simbolo di questa particolare congiuntura sociale e mediatica.

Ma davvero, mi sono chiesto, è mancata un’offerta cinematografica che permetta di estendere cronaca e immaginari in un prospettiva cinefila e critica?
Sono andato a rileggermi gli appunti di questi primi dieci mesi e ho trovato tre film che mi pare creino un discorso progressivo molto ricco attorno alla questione. Sono Mother! di Darren Aronofski, L’inganno di Sofia Coppola e The Party di Sally Potter: i primi due sono già usciti in sala, mentre il terzo sarà alla Festa di Roma dopo essere passato per Berlino, e verrà poi distribuito in sala da Academy Two.

In Mother! Jennifer Lawrence incarna una doppia allegoria, Musa e Madre terra, ma su un piano più letterale è una figura di donna completamente dedita al suo compagno e al focolare, che si realizza pienamente nel momento del concepimento.
Ne L’inganno, Sofia Coppola svuota inizialmente l’ambiente domestico della figura maschile, crea una società minuscola e mono-gender con regole e ritmi propri, e ci inserisce in seconda battuta l’uomo come elemento perturbante, che tenta di riacquistare il proprio ruolo dominante senza mai riuscirci. Anzi.
In The Party, infine, Sally Potter immagina un salotto alto-borghese e post-femminista, in cui si celebra il funerale del maschio perché quello della società patriarcale è già avvenuto, con toni che oscillano tra il dramma e la farsa, vagamente bunueliani.

L’esistenza pressoché contemporanea di questi tre film è interessante perché dimostra come il nostro immaginario (restiamo al cinema d’autore occidentale e anglofono) si trovi in una specie di “stallo dinamico”, cioè se da una parte la notizia di un produttore potentissimo che per anni ha molestato attrici e assistenti sembra “tempestiva” nel sollevare la questione dell’abuso di potere e di genere, dall’altra una regista militante e sempre lucida come la Potter (a cui dobbiamo ad esempio il seminale Orlando) trova nel mondo in cui vive stimoli sufficienti a fare satira dei cliché femministi e della crisi del maschio in una (compiuta? Imminente? Utopica? Distopica?) società delle donne.

Anche se forse, almeno in questi giorni, il film più al passo con la cronaca sembra ancora lo splendido Nella società degli uomini, perfido, geniale e assolutamente lucido esordio alla regia di Neil LaBute. Eravamo a metà degli anni ’90, ed è arrivato il momento di rispolverarlo.


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