L’occhio del ragioniere

Il ragionier Ugo fantozzi e la signorina Silvani

Giusto un pensiero per Paolo Villaggio. Al netto di tutte le commemorazioni già comparse in rete e delle maratone fantozziane che i canali televisivi proporranno in questi giorni, rimane e rimarrà a lungo la nostalgia per un personaggio inclassificabile, per un intellettuale irresistibile e per un artista immenso, con un posto nell’Olimpo della comicità accanto ai più grandi attori-autori di ogni epoca – Charlie Chaplin, Buster Keaton, Totò e pochi altri. Capace attraverso i suoi personaggi di cambiare il nostro linguaggio, il nostro sentimento di cittadini e il nostro rapporto con il potere, ha compiuto il miracolo del clown, quello di trasformare il cinismo in ottimismo e il materialismo in una forma di misticismo.

Bisognerebbe arretrare un po’ nei secoli per vederne l’ombra lunghissima, e trovarne le origini nelle opere teatrali cinquecentesche di Ruzante – le stesse che avevano ispirato Dario Fò -, il primo da noi che mise in scena la commedia tragica dei rapporti di classe e la bellezza paradossale delle sventure proletarie, anticipando la Commedia dell’Arte. Questa estetica della disgrazia Villaggio la sublimò nel personaggio di Fantozzi, il cui parossismo aveva per contrasto una leggerezza angelica: gli permise, il ragioniere, di evitare sempre le scorciatoie della caricatura, perché dovunque si annidasse il rigurgito populista (perfino nella citatissima sequenza del cineforum) interveniva prontamente l’invenzione poetica, lo scarto surreale, il sogno. E perché alla fine c’era sempre la punizione, a trasformare le poche rivoluzioni in restaurazioni.

Come i migliori maestri, quelli che invecchiando conserviamo accanto al cuore, utilizzò la propria cultura per mettere assieme un patrimonio pubblico, un’eredità. Lontano dal Parlamento, la sua è stata la politica migliore del ventesimo secolo: quella che abbatte gli steccati e crea una piazza dove le persone imparano a comunicare.
Non ultimo, conservò sempre una ampia porzione del proprio senso del ridicolo per se stesso e per il proprio santino: qualsiasi celebrazione gli passava accanto leggera, vagamente sbilenca, così che lui potesse goderne facendo finta di essere altrove. Ora che altrove c’è finito davvero, l’amore che gli riserviamo è assoluto, perché del suo non abbiamo mai sentito il peso.

Il ragonier Fantozzi e Filini


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