Cannes 70: code folli, ritardi e problemi con la security. Il Festival va ripensato

Cannes 70, le polemiche

Se bazzicate i social network saprete che quest’anno a Cannes non tutto è andato liscio, anzi: sono già successe parecchie cose che dimostrano come la macchina organizzativa del Festival, dopo tanti anni, avrebbe bisogno di una messa a punto. Vediamo un po’.

1) La gestione delle file. Sulle polemiche che scoppiano ogni anno a causa delle priorità diverse per i badge di colore diverso, c’è poco da dire: è una seccatura inevitabile in un momento storico in cui il web ha consentito che praticamente chiunque possa mettere in piedi un sito di informazione e critica, e ottenere un accredito. Ci sarebbe piuttosto da discutere su come questi accrediti vengono ripartiti (firme importanti si ritrovano con il badge blu, mentre perfetti sconosciuti ne hanno un rosa), ma qui si entra nella sfera della discrezionalità dell’ufficio stampa e degli interessi (legittimi) dell’istituzione festivaliera. Ma secondo me il punto è un altro: sarebbe meglio per tutti che di accrediti stampa, in un Festival che ha le infrastrutture di Cannes e sfiora spesso il collasso, ne venissero concessi in assoluto di meno, compensando al limite con un programma più generoso di proiezioni per il pubblico.
Oppure bisogna diminuire i film del programma e aumentare le repliche, anche in contemporanea. Perché il modo in cui i giornalisti sono obbligati restare sotto il sole o la pioggia per quasi due ore, compresi quelli teoricamente più sicuri del posto, in code che slittano da tutte le parti, ingrossandosi mostruosamente, e senza nessuno che mantenga l’ordine bloccando chi salta la fila, è vergognoso. Senza considerare che le proiezioni iniziate in ritardo non si contano più, anche a causa degli interminabili siparietti del direttore Frémaux quando introduce le proiezioni (vedi il caso di Gli spietati).

2) La gestione delle emergenze. Nella giornata dell’allarme bomba, chi era in fila per entrare in sala Debussy come me ha visto una mezza dozzina di hostess precipitarsi fuori dalle porte e giù per le scale. Da quel momento e fino allo sgombero dello spazio davanti alla scalinata è passata quasi mezz’ora. Più in generale la sicurezza nei punti di accesso è macchinosa e tuttavia superficiale. La sensazione è che sia più facile far passare una pistola che una banana.

3) Il Festival è internazionale, ma spesso pare che l’unica lingua parlata nel mondo sia il francese. Se da un lato è meritorio che alle proiezioni stampa sia stata introdotta la sottotitolazione in inglese anche per i film in inglese, dall’altra interviste e dibattiti pre e post proiezioni sono in francese e non godono mai di una traduzione simultanea. Così come le proiezioni alla spiaggia sono sottotitolate solo in francese.

4) I problemi tecnici, la gestione del calendario e l’evento/non evento. Qui riassumo due o tre cose che se fossero accadute a Venezia avrebbero sollevato un polverone e calamitato accuse di dilettantismo. La programmazione di Twin Peaks quattro giorni dopo il debutto mondiale. La proiezione del primo film di Netflix con il sipario che non è salito del tutto, bloccata soltanto dopo quasi cinque minuti di urla in sala (senza contare quanto male sia stato gestito il caso Almodóvar/Netflix). Il corto in VR di Iñárritu, annunciato addirittura al principio della conferenza stampa che ha svelato il programma qualche settimana fa, che i giornalisti per giorni non hanno saputo come rintracciare, senza una mail di riferimento funzionante, una procedura da seguire, o un ufficio stampa del Festival che sapesse dare una mano.

Ovviamente ci sono anche molte cose che funzionano particolarmente bene.
Tutti i programmi di tutte le sezioni sono gratuiti, così come l’accredito e la borsa del Festival.
Le sale stampa sono tante, ben equipaggiate, e mettono a disposizione acqua, bibite, caffè e addirittura snack, sempre gratuitamente.
Tutte le conferenze e lezioni di cinema sono disponibili online poco dopo che si sono svolte.
Ma sembra chiaro che siamo arrivati quasi al punto di rottura, e che il Festival il prossimo anno dovrebbe rivedere alcune della proprie abitudini.


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