Ha ragione Mereghetti: la commedia italiana ormai costa troppo e non incassa abbastanza

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Uno dei punti più criticati del recente articolo di Paolo Mereghetti (lo trovate qui) che ha riportato l’attenzione sullo stato della commedia all’italiana, è stata la sua affermazione che anche il pubblico tenda ormai a disertare le sale dove vengono proiettati questi film, ovvero che siano raramente redditizi.
Non è vero, hanno obiettato alcuni commentatori, il cinema comico italiano potrà non piacere ma continua ad essere il modo più promettente per rientrare dei propri investimenti.

La presa di posizione si basa su un dogma generalmente preso per buono senza troppe discussioni: la risata è l’effetto speciale più economico che esista, non costa niente e rende molto. Proviamo a mettere in discussione il paradigma, esaminando il costo industriale di alcuni film citati come esempi virtuosi di commedie redditizie. I dati sono disponibili sul sito del Ministero dei beni Culturali, all’interno delle delibere sui finanziamenti ai film ritenuti di interesse culturale.

Beata ignoranza, il film di Massimiliano Bruno, ad oggi è arrivato a un incasso di 3.700.000 euro. Difficilmente a questo punto supererà i 4 milioni. Un buon risultato? Anche senza addentrarsi nell’analisi del numero di sale in cui è stato distribuito e relativa media/sala, basti sapere il costo industriale del film: 7 milioni e mezzo di euro. Avete capito bene, sette milioni e mezzo. E considerate che circa la metà degli incassi, ovvero dei citati 4 milioni scarsi, resta agli esercenti, cioè i proprietari delle sale che lo proiettano.

Un altro caso? Mamma o papà, il film di Riccardo Milani con Paola Cortellesi e Antonio Albanese, remake di un’opera francese. Incasso: 4 milioni e mezzo. Costo industriale: 7 milioni e seicentomila.

E via così: il progetto Smetto quando voglio 2 e 3 è costato complessivamente 12 milioni; Che vuoi che sia di Edoardo Leo 6 milioni e mezzo; La cena di Natale 6 milioni.
Alla luce di questi numeri sembrerebbe che le uniche commedie nostrane vagamente remunerative degli ultimi mesi siano stati Mister Felicità di Alessandro Siani e L’ora legale di Ficarra e Picone, capaci entrambi di superare i 10 milioni di incasso. E tornando maggiormente indietro nel tempo la situazione non migliorerebbe granché.

Com’è possibile allora che i produttori continuino a investire con tanta assiduità in una tipologia di prodotto artisticamente scadente e soprattutto economicamente deficitaria, perché quasi impossibile da vendere all’estero? Per rispondere bisogna inoltrarsi un po’ nella costruzione del business plan di un film italiano. La quota direttamente investita dal produttore che decide di mettere in piedi un progetto (si chiami Taodue, Cattleya, Fandango, Indigo o Wildside) è infatti solo una parte del budget industriale. Vanno considerate tutta una serie di altre voci: il tax credit (che può arrivare a coprire il 25% del totale), contributi dei fondi regionali, product placement e il possibile, citato contributo del Ministero (ma pochi dei film presi in considerazione qui sopra ne hanno alla fine goduto).

Inoltre, e qui cito direttamente un intervento di Marco Chimenz, amministratore delegato di Cattleya, sullo speciale di Box Office per il suo ventennale, “il produttore può contare su un investimento da parte del distributore per circa il 35-50% a valere sui proventi cinematografici e home video (che un tempo valeva il 10% dell’incasso cinematografico, ma oggi non è più così). All’interno di questo minimo garantito rientrano anche i diritti televisivi (in media il 20% arriva dalla free Tv e il 15% dalla pay). […] Per quanto riguarda le piattaforme Svod/streaming, il discorso inizia [finalmente] a farsi interessante; Netflix, ad esempio, arriva a pagare cifre importanti per i suoi acquisti“.
Il che vuol dire che il distributore investe nel film pensando poi di rientrare attraverso introiti che si genereranno in un secondo momento… se tutto va come previsto. Ovvero che divide il rischio imprenditoriale con il produttore.

Tutto questo significa che stabilire esattamente chi perda (o guadagni) dalla realizzazione di un film non è mai semplice. Le reti produttive, specie in tempo di crisi, sono sempre più complesse, e il rischio viene spalmato su un numero di soggetti sempre maggiore.
Ma resta difficile, alla luce dei numeri citati, considerare la commedia italiana ancora un genere remunerativo e non invece fortemente a rischio, almeno nel 90% dei casi. Nuove strategie urgono più che mai.

NOTA REDAZIONALE – In seguito alla pubblicazione di questo articolo, siamo stati contattati da Federica Lucisano, Amministratore Delegato di IFF, che ha prodotto Beata Ignoranza e Che vuoi che sia. La IFF non condivide i contenuti dell’articolo e ha richiesto che venga precisato il significato del costo industriale che compare nei documenti resi disponibili dal Ministero e sopra citati.
Lo facciamo riportando direttamente le parole di Federica Lucisano, così come contenute nella mail che ci ha inviato.

“Nel caso specifico di BEATA IGNORANZA la domanda, e i relativi budget, al Ministero è stata presentata il 01/06/2016 e certamente comprendeva un costo di produzione più alto di quello che poi realmente è stato, ma si trattava appunto di un primo preventivo fatto sulla base di pochi elementi a cui è stato sommato il presunto costo di P&A e il costo per la distribuzione estera.
Poi le cose cambiano, evolvono, noi produttori lavoriamo per cercare di risparmiare e di chiudere gli accordi migliori possibili e così si arriva al vero costo del film.
Nel contratto stipulato con Rai Cinema (firmato appunto 6 mesi dopo la presentazione al Ministero di cui sopra) il budget di produzione è di euro 4.544.000 (e a consuntivo potrebbe subire ancora delle variazioni), ben lontano da quei 7.500.000 di cui si parla nell’articolo.
Ci tengo quindi a precisare che le cifre riportate da Best Movie si riferiscono al preventivo di costo industriale presentato al Ministero molti mesi prima dell’inizio delle riprese, e come tale può discostarsi di molto dal costo effettivo finale; e che il costo industriale include il costo film, il costo della distribuzione in Italia e il costo della distribuzione all’estero.”

Riassumendo, viene precisato che:
- il costo industriale comprende, oltre ai costi di produzione, i costi di P&A (Promotion&Advertising, ovvero la promozione del film) e quelli di distribuzione estera
- il costo comunicato al Ministero quando si presenta la domanda di finanziamento è spesso sovrastimato rispetto al costo effettivo finale

 


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