La La Land non è un hamburger

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Cosa pensereste di qualcuno che va a mangiare in un ristorante stellato, e poi descrive l’esperienza con commenti del tipo “Era troppo salato”, “Io quando mangio la carne voglio che sia ben cotta” o il proverbiale “Le porzioni erano piccole, facevano ridere!”…?

Credo che chiunque penserebbe di trovarsi di fronte a un ingenuo, e non degnerebbe il giudizio di alcuna attenzione. Perché si presuppone che il gusto di chi si rivolge a un ristorante di quel tipo sia educato: si giovi cioè, a monte, di una certa esperienza nei sapori e della conoscenza di un certo numero di informazioni (chi è il cuoco, quali sono stati i suoi maestri, che percorso ha seguito negli anni, di quali tradizioni è partecipe, eccetera). Ovvero di studio.

Ebbene, questa richiesta istintiva di educazione diventa una canea senza regole quando non si parla di gusto in senso stretto, cioè di cibo, ma di arte. E tra tutte le arti, pare che quelle audiovisive debbano sottostare all’assalto di pareri di qualunque genere, anche da parte di chi le pratica non più di dieci volte l’anno (se parliamo di cinema d’autore, anche molto meno), cioè da parte di chi non è educato a riceverle.

Perché? Perché quando non c’è differenza di prezzo, si tende a dare a ogni cosa lo stesso valore, e il biglietto per La La Land costa come quello per Matrimonio al Sud.

Torniamo all’esempio iniziale. Quando si spendono 300 euro per una degustazione, ci si fa scrupolo di non gettarli al vento. Il che significa che si cerca di arrivare preparati. Ma anche in caso contrario è probabile che si affronti l’esperienza con il pudore dei neofiti, perché la superficialità metterebbe per primo in imbarazzo chi ne è portatore di fronte agli amici.

Mentre a fronte di una spesa di 7 euro, il costo medio di un biglietto cinematografico, chiunque si trova a pensare che il suo parere sull’ultimo film di Scorsese – magari un film molto impegnativo – abbia la massima importanza e vada strillato ai quattro venti con orgoglio, o addirittura violenza.
Soprattutto, 7 euro non valgono uno studio preventivo, non lo suggeriscono in alcun modo.

Spero che l’esempio chiarisca in modo definitivo a quanti non hanno capito o hanno fatto finta (la maggioranza) di non capire, che il problema sollevato in relazione a La La Land non è mai stato che non se ne potesse parlare male (critici importanti e preparati come Roberto Silvestri, Pietro Bianchi e Roy Menarini sono stati negativi o freddi), quanto piuttosto che di fronte a opere più complicate dovrebbe essere maggiore sia il pudore a esprimere il proprio disprezzo, sia la necessità di giudicarle solo dopo una adeguata preparazione.

E dunque che commenti atti a liquidare il film come “il regista è un presuntuoso”, “Ryan Gosling è uno stoccafisso”, “Emma Stone non sa ballare”, “Mi sono addormentato dieci volte” o “Non è un vero musical!” sono esattamente l’equivalente di “Le porzioni erano tropo piccole!”. E invece no, è che vi manca il contesto. E forse se vedere La La Land costasse 200 euro, non ci sarebbe bisogno di spiegarlo.

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