Oscar 2016: tutto giusto, o quasi

brie larson

Dieci considerazioni veloci sugli Oscar consegnati nella notte di domenica. Oscar quasi tutti prevedibili (bastava vedere le quote dei bookmakers), fatta eccezione per la sconfitta di Stallone a vantaggio di Mark Rylance, come Miglior Attore non protagonista, rispetto alla quale però l’esito dei SAG Awards (i premi degli attori agli attori), dove Sly non era nemmeno nominato, era stato più di un campanello d’allarme.

Il premio principale è andato a Spotlight, e – visto il tema e la prova corale degli attori – va bene così, anche se si tratta di una specie di premio alla tradizione del cinema di impegno civile, un premio fuori dal tempo in cui è assegnato.

Il film hollywoodiano più importante del 2015 resta Mad Max: Fury Road, e sembra quindi giusto sia quello che porta a casa più statuette, sei. Però le uniche davvero prestigiose sono quelle per il miglior montaggio e le migliori scenografie.

Il premio a Leonardo DiCaprio ha fatto tutti contenti, ma resta sbagliato, perché premia la carriera e non il ruolo. Quella di Leo in Revenant è una performance di resistenza fisica e un atto di dedizione produttiva, non una prova di recitazione. Fassbender e Cranston gli erano superiori in modo quasi imbarazzante.

Mark Rylance nel Ponte del Spie è sembrato subito straordinario a tutti, e nonostante la delusione per il mancato riconoscimento a Stallone, è dura contestare il verdetto. E poi Stallone potrebbe avere nei prossimi anni altre occasioni, se troverà dei registi in grado di valorizzarne l’invecchiamento, all’ombra dell’icona action che è stato.

Kate Winslet è come Meryl Streep, straordinaria nel suo mestiere, incantevole sulle passerelle e umanissima nelle interviste, quindi gli Oscar glieli faresti vincere volentieri tutti gli anni. Ma Alicia Vikander in The Danish Girl lascia il segno in un ruolo che poteva tranquillamente inghiottirla, e in Ex Machina era altrettanto brava. La somma delle due prove basta e avanza a giustificare il premio.

A proposito di Ex Machina, il riconoscimento per gli effetti speciali al film di Alex Garland è forse il più sorprendente di tutta la serata, ma anche quello che mi ha reso più felice, perché dice che in un’epoca come questa la qualità dei vfx è soprattutto una questione di misura. Premiare l’esibizionismo dello straordinario, quando ormai non ha più nulla di straordinario, sarebbe stato un controsenso. Star Wars resta giustamente a bocca asciutta.

Il premio che mi ha deluso di più è invece quello alla Miglior Canzone Originale, la tediosa Writing’s on the Wall di Sam Smith per gli opening titles di Spectre, la cui accoglienza è stata per lo meno controversa fin dall’uscita. Più bello e più importante era il brano di Lady Gaga per The Hunting Ground, il documentario che denuncia il dilagare degli stupri nelle università americane, e l’omertà che ruota attorno al fenomeno. Recuperatelo, si trova su Netflix, e può servire a rimettere anche i recenti fatti di Colonia in una prospettiva differente.

Lo stesso premio al miglior documentario, Amy, sulla dolorosa vicenda umana della Winehouse, premia il personaggio e non il film, un’opera di montaggio piuttosto banale, denunciando la cattiva coscienza dello showbiz americano, che a suo tempo non perdeva occasione per fare a pezzi la cantante nei momenti di maggior crisi.

Il premio a Alejandro González Iñárritu per Revenant ribadisce una concezione della regia come virtuosismo, cioè come questione tecnica e resistenza ai limiti naturali, la stessa che si diceva sorpassata parlando di effetti speciali. Alcune sequenze del film lasciano a bocca aperta, soprattutto il primo scontro con gli indiani, ma se dirigere significa usare gli strumenti del linguaggio cinematografico in modo efficace – non necessariamente complesso -, con l’obiettivo di comunicare (e particolarmente quello che sarebbe difficile comunicare con altri linguaggi), Room (Lenny Abrahamson) per me resta imbattibile.

L’Oscar a Ennio Morricone è innanzitutto giusto, perché al di là delle accuse di plagio e autoplagio, tutte variamente ridicole, premia la soundtrack più bella sentita in questi mesi. Poi è emozionante, per l’età a cui l’ha ricevuto, la fatica con cui ha raggiunto il palco e il discorso difficile, frammentato, con cui l’ha accolto, proprio perché tanto meno potente – e tanto più gravato dall’età – delle sue musiche, che non conoscono vecchiaia.
E soprattutto non può essere inteso come un Oscar alla carriera, quello per fortuna gliel’avevano già dato, nel 2007.

di caprio winslet


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