Quel che sognano i funamboli

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Non ha un cellulare, non ha un computer, non ha un orologio.
“Del cellulare e del computer non ho bisogno, sono un funambolo. L’orologio, se mi serve, lo prendo al polso di qualcuno: sono anche un pickpocket, un borseggiatore”

Ha invece una penna nel taschino, rosa, a me sembra una penna qualunque, ma lui la mostra e dice “È la migliore del mondo, avete mai visto niente di altrettanto bello?”

Ha anche un filo rosso, di cotone grosso: lo tende davanti agli occhi, tra un tetto e il vertice d’una statua, o tra i due picchi di una catena montuosa, e così immagina dove mettere il suo cavo. “Sono i miei progetti, ne ho ancora una scatola piena”.

Philippe Petit, prima che un equilibrista, prima che un “wirewalker”, un camminatore sulla corda, è un mimo, un fanatico del gesto. “Quando stacco il primo passo non penso a quella parola, la parola che non ho mai pronunciato, penso all’ultimo passo, sono già di là: quello che faccio non è rischiare la vita – è celebrarla, portandola lungo il filo”.
E apre il petto, e alza il mento, e allarga le braccia: ce lo mostra.

Soprattutto, dice fiero, non è un circense. “I circensi fingono di cadere, cercano la suspense. Non mi riguarda. Io unisco i luoghi e le persone, li congiungo”. Che poi è la ragione per cui non si metterebbe mai una Go Pro addosso: “Restituirebbe solo un tremolare incerto, non ha niente a che vedere con quel che faccio”.

È un uomo religioso? “Non credo in Dio, credo in molti dei, molte forze. Ma “religione” viene da “religere”, legare…”

Era già stato in Italia parecchie volte, prima di oggi. “Ma mai a Roma. Per costruire qui uno dei miei progetti ci vorrebbero settimane, trovare il posto giusto, e poi uno sponsor, o un invito delle istituzioni. Sono un’artista, non sono ricco: vado dove mi cercano. È una conferenza stampa, aiutatemi voi!”.

Ma da noi un progetto, come lo chiama lui, lo attuerebbe altrove. “Dentro le cave di marmo di Carrara, nella pancia della montagna, illuminato solo da candele”.

Poi, giusto a metà strada tra un piazzista e un poeta – d’altra parte questo è, un poeta cresciuto nelle piazze, col monociclo e la bombetta, dentro un cerchio di gesso, come in un cartoon della Pixar – mostra i suoi libri, orgoglioso come un padre, affamato come un mercante.

L’ultima domanda. Lo sogni mai, quel cavo, quella mattina del 1974 a New York, con 400 metri sotto i piedi?
“Non sogno mai il cavo, forse perché ci vivo sopra.
Ma sogno spesso di volare”.

(Festival di Roma 2015, conferenza stampa di The Walk, la più emozionante cui abbia assistito in vita mia fino ad oggi – La recensione del film è qui: http://www.bestmovie.it/?p=421045)


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