Dieci cose che mi porto via dal Comic-Con

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Sono le 17.28 di domenica 12 luglio, il Comic Con 2015 è finito meno di un quarto d’ora fa, e io mi sono rifugiato in uno Starbuck davanti al Convention Center, all’inizio della Fifth Avenue e giusto sotto la arco di ingresso al Gaslamp Quartier, un dozzina di blocks pieni di ristoranti e locali notturni, appena oltre i binari della ferrovia e i due passaggi a livello che obbligano ad attese estenuanti una volta lasciata la fiera.

Il Comic Con è una corsa in pieno jet lag, per chi come me arriva il giorno prima che inizi e già se ne va il giorno dopo la chiusura. Cinque giorni senza tregua e senza sonno, sopraffatti da una forma amichevole di pazzia, da un caos estetico e culturale che viene tenuto sotto controllo con un’organizzazione paramilitare. Cinque giorni di incontri stupefacenti, grotteschi, illuminanti, tediosi, sbrindellati, esilaranti, di pessimi pasti veloci e troppa Coca Cola, cinque giorni di code e spintoni, di risate e pause per sfinimento, foto e shopping, tra pupazzi e cosplay (difficile dire dove finiscano gli uni e inizino gli altri).

Cinque giorni, e dieci cose, che mi porto via.

1) Le mani di Sam Raimi, grosse, tozze, nervose, abbracciate l’una all’altra. Escono da un completo nero senza forma, sono l’estensione della sua voce sottile, della sua gentilezza, e i diecimila ringraziamenti che dedica a tutti quelli che lo vogliono abbracciare. Il tipo d’uomo che sembra sempre stia per scusarsi, o che si sia appena versato qualcosa addosso. 

2) La cicatrice ad angolo retto, tra la bocca e il mento, sul volto di Bruce Campbell. Il modo in cui ti guarda prima di rispondere a una domanda, e tu pensi che potrebbe staccarti la testa.

3) Hugh Jackman che dopo le interviste non scappa via come gli altri divi, eppure nessuno lo incalza, qualche giornalista si avvicina e scambia due chiacchiere, non ti verrebbe mai da chiedergli un autografo. È una persona brillante ed elementare, in ogni relazione la normalità è una responsabilità di coppia, avvicinarsi a Jackman è come avvicinarsi a un insegnante di talento o a uno zio che viaggia spesso, lo guardi con piacere ma senza distacco.

4) Le madri e i padri che portano in braccio o a tracolla i figli neonati nella Exhibition Hall, quella con stand e bancarelle, dove se ti fermi si investono, dove vieni calpestato quindici volte al minuto, dove ti si arrampicano sopra, dove ti spostano se non ti scansano, dove ti circondano e sfiatano odori d’ogni genere.

5) I Funko Pop di Muttley e Dick Dastardly, quelli di “Muttley, fa qualcosa!”

6) Gli occhiali del Pinguino in Gotham, me li hanno regalati per strada. A San Diego, durante il Comic Con, per strada ti regalano delle cose, e poi scopri che, misteriosamente, le desideravi.

7) Certe t-shirt da collezione che non ho potuto avere, perché per averle dovevi fare file senza fine, file che probabilmente duravano giorni, settimane, e poi partecipare a estrazioni, estrazioni che potevi anche perdere. A quelle magliette tengo, perché erano belle e non ho potuto portarle vie, ed è sempre bene lasciarsi qualche desiderio dietro, è bello avere ragioni per tornare nei posti.

8) La baia, e il mare, che stavano sempre a cento metri e che non ho visto mai, perché questo è un mestiere che ti porta in giro per il mondo, certo, ma poi ti segna i territori, ti chiude nei bar che ti offrono una presa elettrica e una selezione musicale decente. 

9) La pazienza, la gentilezza e la professionalità di Adriano Ercolani, con cui ho diviso orari di lavoro irresponsabili, demenziali. Quando conosci colleghi così, poi decidi che quelli stronzi e arroganti non li sopporterai mai più.
Già sapendo che comunque ti toccherà.

10) Quando, mentre non stavo facendo niente di particolare, forse ero appena uscito la mattina e attraversavo un parcheggio, magari giravo attorno allo stadio di baseball dei Padres e guardavo una bancarella con le magliette di The Walking Dead, ecco quando ho pensato che non era mica normale che fossi lì a San Diego, al Comic Con, con il mio portatile e il mio accredito e la mia stanza d’albergo. Che uno ci mette un bel pezzo di vita per arrivare in certi posti, e a quel punto è bene fermarsi dieci secondi e dirsi…

“Beh, cazzo, bene”.

raimi


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