L’uomo che trasformò Charlie Brown in un vincente. L’intervista a Steve Martino

brownSteve Martino è uno dei registi di punta della Blue Sky Animation, lo studio di proprietà della Fox che si occupa di animazione in 3D ed è famoso soprattutto per la serie di film L’era glaciale. Di quella saga ha diretto il quarto capitolo e alcuni corti dedicati a Scrat, lo scoiattolo preistorico impegnato a proteggere la sua ghianda. Martino ha una laurea in design e un master in computer grafica ottenuto nel 1989, ovvero tre anni dopo l’acquisizione della Pixar da parte di Steve Jobs, quindi non è un pioniere del settore ma è di sicuro uno di quelli che sono entrati nel giro al momento giusto. Negli ultimi anni gli è toccata un’opportunità straordinaria che poteva rivelarsi anche una terribile grana, quella di realizzare un film in animazione tridimensionale tratto dalla serie di strisce umoristiche più amate e conosciute al mondo: i Peanuts (97% di riconoscimento dei personaggi su base globale: cioè se mostrate a chiunque, in qualsiasi luogo del mondo, compresa l’Africa subsahariana o la Groenlandia, un’immagine di Snoopy o di Charlie Brown, 97 volte su 100 saprà di chi si tratta).

«Quando abbiamo cominciato a lavorare al progetto ai piani alti sembravano molto rilassati, della serie: “finalmente un film non troppo impegnativo graficamente”. Non avevano idea di quello in cui ci stavamo cacciando». Martino indossa una camicia gialla con disegnato Snoopy in tenuta da aviatore e, sul lato sinistro del petto, una delle sue battute in cui sfida il Barone Rosso. È un po’ più vecchio di come appare nella sua scheda su imdb, i capelli a spazzola appena tagliati sono ben brizzolati. Quando parla e spiega le coordinate del progetto, mette nelle sue parole un’enfasi contenuta in cui la chiarezza analitica del tecnico supera l’entusiasmo del creativo. «Il problema con i Peanuts è che non puoi elaborare un modello tridimensionale partendo dai disegni di Schulz. Prendi Charlie Brown. Nei fumetti lo vedi di profilo o di tre quarti, oltre che con il viso rivolto verso l’alto o il basso. Peccato che quando è di profilo il naso, le orecchie e il ciuffo cambiano di posizione, per esempio il naso si abbassa. Se tu fai un modello 3D combinando queste informazioni, ottieni qualcuno che non assomiglia per nulla a Charlie Brown».

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Ma il problema è ancora peggiore con Snoopy. «L’abbiamo chiamata la Sfida Picasso, perché Snoopy nei disegni ha la bocca e gli occhi su un solo lato del naso, quindi non puoi ottenere alcun modello 3D che non lo faccia sembrare un mostro». La soluzione al problema, in parole povere, è quella di realizzare più modelli per lo stesso personaggio e poi operare delle transizioni da uno all’altro utilizzando dei trucchi (per esempio una strizzata degli occhi, o una piroetta) per distrarre lo spettatore. Altro che “non troppo impegnativo”: alla Blue Sky si sono trovati all’improvviso con il numero di personaggi che si aspettavano moltiplicato x6. E tutto questo per simulare una parvenza di bidimensionalità!

«L’altro grosso problema è che non esiste un unico Snoopy o un unico Linus, lo stile di Schulz è cambiato negli anni. Quale usi? Quello degli anni 60 o quello degli anni 90? La risposta è: né l’uno né l’altro. Abbiamo creato una matrice per ogni personaggio, con tutte le sue evoluzioni nell’arco dei decenni (mentre lo dice mostra quella di Snoopy, ed è enorme, ci saranno almeno 50 versioni differenti della testa, alcune chiaramente diseguali, altre apparentemente identiche, NdR). Poi abbiamo preso qua e là quello che ci serviva per ottenere ciò che secondo noi era il “vero” Snoopy o il “vero” Charlie Brown”». Ecco allora che il bracchetto del film è la combinazione di una certa forma della testa, con un profilo delle orecchie proveniente da un altro anno e un corpo ancora diverso. Il risultato è una perfetta simulazione di oggettività (lo Snoopy del film è assolutamente convincente) attraverso un processo del tutto soggettivo.

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E poi, certo, volevano che tutto “sembrasse disegnato”. «La “pen line”, quel particolare tratto grafico che aveva Schulz. Lo abbiamo conservato in tanti dettagli, come il ciuffo sulla fronte di Charlie Brown, o gli occhi, ma anche in aspetti meno evidenti, come il contorno un po’ tremolante con cui tracciava le assi delle case in cui vivono i personaggi. O nelle nuvole, che nelle strisce corrispondono spesso a due modelli, il modello “pop corn” e il modello “baguette”».

L’insieme di queste cose crea nello spettatore legato ai fumetti, come me, una sensazione di confidenza; quello che può preoccupare il medesimo spettatore è la storia. Ovvero Charlie Brown che tenta di diventare un bambino di successo per conquistare la ragazzina dai capelli rossi, con l’aiuto di Snoopy. Martino dice (PICCOLO SPOILER) che ci sarà una specie di lieto di fine, il che mi lascia sconcertato. Come può Charlie Brown, incarnazione della sociopatia e delle tendenze depressive di Schulz, diventare un bambino fico? «Ok, diciamo che durante i titoli di coda succederà qualcosa che riequilibrerà la situazione». (FINE SPOILER)

L’ultima questione è anche quella che mi sta più a cuore. Quando nel 1999 Schulz abbandona le sue strisce quotidiane per ragioni di salute, affida alla macchina da scrivere di Snoopy un messaggio che dice tra le altre cose “La mia famiglia non desidera che i Peanuts siano continuati da nessun altro”. Eppure al film hanno collaborato la vedova dell’artista, ovvero la seconda moglie Jean, e uno dei suoi figli, Craig, che del film è sceneggiatore e produttore. «Ma Schulz si riferiva alle strisce, non all’animazione. Per quella, per esempio per gli speciali natalizi, si affidava sempre ad altri disegnatori, tanto che spesso in quei cartoni animati comparivano in video personaggi come Fifì, la cagnetta di cui Snoopy è innamorata, che nel fumetto sono solo citati».

E Fifì comparirà nel film, così come la ragazzina dai capelli rossi, e tanti pezzi di mondo poco – o solo parzialmente – presenti nel fumetto. Secondo la volontà di «mostrare il più possibile del mondo Peanuts, allargando la visuale al di là del limite delle vignette, in modo da ottenere un film visivamente ricco, che faccia sentire alle persone di aver ben speso il prezzo del biglietto». Una dichiarazione di intenti che, nonostante tutte le garanzie che l’hanno preceduta, mi preoccupa un po’.

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