Il pilot di True Detective 2 e lo strano caso di Wayward Pines

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Io parlo tanto, ma alla fine mi sono messo in pari con Wayward Pines. La serie è il fast food dei colpi di scena, nelle prime 5 puntate ci sono almeno 4 twist enormi – il genere di twist che fa ripartire una serie da capo – e due dei personaggi principali escono di scena (schiattano). Wayward Pines è come il sesso senza i preliminari o il dessert senza la cena: non si fa, ma è una tentazione.

Questo tipo di serialità è agli antipodi rispetto al modello Lost, in cui si svela pochissimo e si capisce sempre meno, e in passato se l’è cavata male: il caso più clamoroso resta Flashforward, cancellato in fretta e furia a causa dei pessimi dati di ascolto nonostante una bel concept. Da allora non ricordo altri tentativi così estremi fino ad oggi. Attenzione: i twist sono una ricchezza, benzina sul fuoco della narrazione, ma vanno gestiti con una certa cautela, perché se l’incendio divampa si rischia di bruciare tutto.
In altri termini, ogni storia può sopportare un certo numero di colpi di scena prima di spaccarsi in due e perdere interesse.

Wayward Pines si è spaccato? Non so. L’avevo mollato alla fine del secondo episodio, ma ho ricominciato su consiglio di un amico. Ora sono incastrato.
La puntata 6, andata in onda la scorsa settimana, in un certo senso mette un punto alla faccenda, perché è la “puntata spiegone”: non si fa che mettere i puntini su una colonna di i decapitate. Dovrebbe essere la fine dell’inizio (il set-up, come si dice in gergo) e l’inizio vero della storia. A questo punto, dopo aver “dopato” lo show così a lungo, c’è bisogno di personaggi forti e di una costruzione drammatica più controllata.

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Domenica sera intanto è iniziata la seconda stagione di True Detective, che mi sembra sdogani una volta per tutte il concetto di serial d’autore, nonostante ormai anche il mio idraulico (ciao Mauro) usi il termine “showrunner” con dimestichezza.
True Detective, come American Horror Story, è una serie antologica, a ogni nuova stagione si riparte da zero. Non lo si guarda per scoprire come riprende e procede, ma perché ci si fida del brand, ovvero dell’autore e della rete che gli stanno dietro (in questo caso Nic Pizzolatto e la HBO). Se scelgo True Detective 2 – soporifero già lo scorso anno – non lo faccio insomma per favorire la digestione (che è la cifra di quasi tutti i procedural e medical drama). Sono invece disposto a un certo sforzo, ho fiducia che sarà ripagato. Succedeva la stessa cosa qualche mese fa con Better Call Saul, e in quel caso lo sforzo venne ripagato negli ultimi due episodi.

Resto quindi un po’ stupito quando leggo status di spettatori delusi perché nella prima puntata “succede poco”, come se fossimo un plotone di conigli con il naso puntato in aria aspettando la carota.
Il pilota della seconda stagione ha semmai il problema di essere più convenzionale rispetto alla prima, che era dilatata – come espansa -, e quindi lunare, vagamente onirica, fin da subito. A questo contribuivano i monologhi scriteriatamente verbosi di Rust in auto e in caserma, e poi i campi lunghi e fissi sulle pianure della Louisiana. Ma anche gli improvvisi salti temporali tra decenni.
Qui il poliziesco sembra più tradizionale, ognuno si porta dietro traumi e segreti molto letterari. In questa cristallizzazione del capostipite in un modello di genere, c’è sia un’occasione persa che un principio di solidità, come se ora il brand andasse protetto e si dovessero reclutare nuovi spettatori.
Ma è comunque prestissimo. Per ora il set up dei personaggi non fa una grinza, e della progressione drammatica non si può dire nulla.

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