Cosa succede quando ai Festival passa un porno (la recensione di Love, in 3D)

Love3Quando entri per vedere un porno devi scegliere bene dove sederti, mica puoi vederlo vicino a… un ciccione”. Lo dice un accreditato italiano che mi siede una fila davanti, ed è il tenore di più di un commento che sento in sala dopo essermi infilato alla terza proiezione – Festival di Cannes, edizione numero 68 – di Love 3D di Gaspar Noè, il regista argentino di Irreversible ed Enter the Void. C’è molta goliardia e un po’ di provincialismo, ironie ovvie e serena ignoranza. Va detto che il cinema d’autore sessualmente esplicito è frequente ai Festival, c’è quasi un titolo a edizione, ma lo è meno in questi termini, sia di comunicazione del prodotto (con i poster XXX censurati ad arte) che di frontalità vouyeristica della ripresa, quindi la curiosità, il prurito, erano fin dall’inizio parte del gioco. Sia quel che sia, ancora una volta il cinema è preso d’assalto, restano fuori duecento persone.

Per quel che riguarda il film, uso un paragrafo per contestarmi da solo il titolo: Love di Gaspar Noè è un porno nella misura in cui i rapporti sessuali non sono simulati ma reali, ma del porno non c’è la trivialità, non c’è la fretta, non c’è l’assalto al corpo. Lo dice il protagonista / alter ego dell’autore argentino, “il sesso va riprodotto nella misura in cui è parte della vita”, ed effettivamente qui la sua messa in scena – anzi, la messa in scena del piacere – è in qualche modo onesta, anche se super estetizzante.

Cosa ne resterà finiti i giochini mediatici?
Allora, è un melodramma puro (“fassbinderiano” l’ha definito Gianluigi Perrone, cioè colmo di monologhi interiori, pensoso, conflittuale, monocorde) su una coppia che si separa quando, dopo un’esperienza di sesso a tre, lui continua ad andare a letto con l’altra donna e la mette incinta. Come in Irreversible, la storia dei due è mostrata a ritroso, dal trauma verso il primo incontro, si opera una ricostruzione dell’innocenza. Il tutto illuminato violentemente come fosse una performance teatrale, con dominanti cromatiche caldissime.

Il risultato è che in sala molta gente dorme, compresa la spettatrice al mio fianco, ma anch’io ho qualche attimo di cedimento; ci si risveglia durante i coiti o le liti, si resta ipnotizzati dalla bella colonna sonora di Pascal Mayer, si sbuffa, ci si mette e toglie gli occhiali per la stereoscopia (quelli del Festival sono enormi e pesanti), si passa da momenti di eccitazione al puro tedio, specie alla fine quando Noè ancora la tira in lungo indugiando in una interminabile sequenza frignata e tutta jump cut. Alla fine Love sembra comunque più appropriato di almeno due dei 5 film francesi in concorso, la Donzelli e Nicloux, per la competizione. 

Cosa succede quando ai Festival passa un porno?
Che la visione torna alla sua natura istintuale, si è presenti per guardare e percepire reazioni – proprie e altrui -, e questa riduzione del cinema alla pulsione scopica prima che intellettuale è una tentazione irresistibile, un ottundimento di tutto il corollario di chiacchiere e lustrini, con il conforto morale del processo critico, della recensione. 


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