Incontrare Woody

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Sono del ’76, non più giovane, nemmeno vecchio, è stata comunque la prima volta che ho incontrato Woody Allen. Per la mia generazione è un po’ come incontrare Beethoven, o Van Gogh, un pezzo di storia dell’arte che è anche un’icona pop.
Siamo nati, contemporaneamente, con i suoi film e con la memoria dei suoi film, mia madre li citava da molto prima che capissi: Io e Annie, Prendi i soldi e scappa, Hannah e le sue sorelle. Erano nuovi e vecchi insieme, erano nel presente ma già con una loro prospettiva.

Il suo cinema rappresentava, in pratica in solitaria, il “polo culturale” dell’intrattenimento domestico, faceva da contraltare agli spaghetti western e agli 007 di papà; ed era la finestra  sull’America, invitante e irraggiungibile, tanto che mi capitava, da adolescente, di sognare New York come fosse fatta d’oro massiccio – i grattacieli, le fontane di Central Park, i salotti dell’Upper East Side, i loft con i muri grezzi -, cosa che mi creò un trauma quando ci andai ventenne e mi resi conto che era solo una città, ed era pure un casino.

Stamattina Woody Allen indossava una camicia azzurra a quadri bianchi, i soliti occhiali tondi e neri, aveva i capelli molto corti, nient’altro che abbia senso descrivere; già conoscete le spalle strette, il busto sottile, la postura appena ricurva, come pesata dal pensare (o modellata dalla poltrona di casa), la mano che sembra scacciar via una mosca, quando si libera di un concetto e guarda il tavolo.

È un’apparizione, non mi ha mai fatto quest’effetto nessuno, nemmeno Stallone, perché non c’è alcuna gravità nel monumento, mentre risponde alle domande stabilisce ad arte un illusione di intimità che rende realmente buffa la conversazione, è proprio come essere dentro un film, la separazione tra realtà e immaginario si sgretola, tu chiedi e poi assisti. 

E insomma ridevo e ridevo, sarò sembrato un cretino compiacente, e per niente professionale, ma mi veniva anche un po’ da piangere, ha un’intelligenza generosa, disarmante. 

“Quindi dirigerà una serie tv?”
“Oh mio Dio, questa cosa della TV è un incubo, va avanti da due anni. Amazon è venuta da me e me lo ha chiesto, ma ho detto di no, non guardo le serie TV, la sera vado fuori a mangiare, poi guardo il basket, e alla fine ho sonno. Sono tornati ogni due mesi, e continuavo a dire di no, ma ogni volta la proposta era un po’ più vantaggiosa, più soldi e maggiore libertà. Alla fine era talmente conveniente che non sapevo più che fare! Mi hanno detto: “Deve durare sei ore, può fare quello che vuole”… Potevo girare in America, in Russia, in Francia, o in Polinesia, a colori, in bianco e nero, un musical, una serie muta, nel presente, in costume… Qualsiasi cosa! Quindi ho dovuto dire di sì, ma ora la mia vita è un incubo, non riesco farla funzionare”.

Ha paura di deludere le gente, così ha concluso. 

E insomma, mentre ridevo – scusate la banalità – mi è passata la vita davanti.
Il divano beige della casa in cui sono cresciuto, la vacanza a Bristol per trovare una vecchia fidanzata in Erasmus (andammo a vedere Manhattan in un piccolo cineforum, senza sottotitoli non capii niente), tutte le volte che mamma mi ha chiesto “L’hai visto il nuovo film di Woody Allen?”.
Sarà per quello che mi sono commosso, oltre che per l’intelligenza.

Dice anche di non essere curioso, me l’ha ripetuto oggi: “La gente crede che sia curioso, ma non è vero affatto, mi piace stare a casa, mi piacciono sempre le solite cose”.
In realtà penso che quello che fa gli stia così a cuore, che sia così “grato per le idee che mi vengono”, perché è un vero sentimentale, un uomo pigro e innamorato.
Come solo gli autentici materialisti sanno essere.

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