Un problemino con Jackie Chan e quattro film da ricordare: il mio Far East

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Nonostante non si tratti di una vera e propria intervista, ma di una conferenza stampa a cui assistono una trentina di giornalisti, la manager di Jackie Chan vuole leggere le domande in anticipo. Me lo scrive dispiaciuta Ippolita, l’ufficio stampa del Far East Film Festival, un paio di giorni prima che io parta per Udine. La star asiatica è il grande nome di questa edizione, la ciliegina sulla torta, ed è qui – oltre che per i fan – per fare da catalizzatore dell’attenzione mediatica.
Questa dell’inviare le domande in anticipo è una prassi che non piace a nessuno, ma traduco le domande in inglese e le invio comunque. Scopro che due vanno bene, ma non quella che mi serve ad agganciare il pezzo all’attualità, ovvero a triplicarne i lettori potenziali. In sostanza gli vorrei chiedere che ne pensa di Fast & Furious 7, ma a quanto pare non si può parlare d’altro che di Dragon Blade, il bizzarro war movie in costume – con gli spaesati e pettinatissimi Adrien Brody e John Cusack nei panni di due generali dell’antica Roma – che presenta qui al Festival.

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Troppo tardi

Mr.Chan sembra in realtà una persona disponibile, trasforma la conferenza stampa in uno show, agitandosi come fosse in scena, ma manca evidentemente a lui – o al suo entourage – la lucidità per capire che in Europa la dimensione del suo divismo è quella di una nicchia, ovvero che il suo nome non basta. In Cina è un’istituzione, e come tutte le istituzioni cinesi ha l’aria di nascondere nello sfarzo, nell’esibizionismo kitsch, l’ossessione del controllo. La circostanza mi induce a saltare in toto la conferenza stampa (comprese le due domande sopravvissute) e a godermi il primo film del festival, proiettato in contemporanea, il documentario sullo Studio Ghibli The Kingdom of Dreams and Madness (per altro molto bello: ne scrivo qui).

miyazaki e sigaretta

Il Far East rimane comunque un’eccellenza culturale italiana, e ogni anno resto commosso dall’attenzione che viene dedicata ai dettagli, dal mercatino dei gadget – le t-shirt sono del tipo che uno indosserebbe anche al di fuori di un festival, e infatti ne ho prese due -, al fornitissimo punto vendita DVD/Blu Ray (qui, meraviglia, c’è ancora gente che ne compra a pacchi), passando per quel tipo di comportamenti eccentrici – tipo la ginnastica mattutina nel foyer del Teatro che ospita le proiezioni – che servono a determinare la singolarità di un happening, i suoi connotati. O il bellissimo cortometraggio che precede tutti i film e che, dopo sei repliche, non mi sono ancora stancato di vedere (lo trovate qui).

Schermata 2015-04-26 alle 11.25.44E poi, certo, ci sono i film. Il Far East, è sempre bene ricordarlo, è un festival di cinema pop, gli autori sono lo strappo alla regola, o comunque sono autori in un senso diverso, che è tipico di quelle latitudini, dove alcuni generi – commedia, noir, action, thriller – non sono quasi mai solo un vettore industriale (lasciamo stare il mainstream cinese), ma un territorio in cui si sviluppa la creatività. Si ribaltano le forme del racconto, si sperimenta in termini di musiche e montaggio, si gioca a sorprendere e non a rassicurare, e quindi l’autorialità è facilmente riconoscibile anche nei territori del commercio.

Me ne ricordo, una volta di più, assistendo la prima sera a My Ordinary Love Story di Lee Kwon, storia di una ragazza più volte tradita dai fidanzati che finisce (SPOILER) per innamorarsi di un serial killer (FINE SPOILER), una traccia non nuova reinventata a meraviglia, spaziando tra romance, grottesco e horror, e con soluzioni di montaggio spettacolari. Discorso analogo per il biopic thai The Last Executioners di Tom Waller, con lo stesso protagonista di Only God Forgives, che qua interpreta un altro “angelo della morte”, un uomo che vorrebbe fare il musicista e diventa invece prima guardia carceraria e poi boia, facendo fuori 55 persone a colpi di fucile, fino alla sostituzione di quella pratica con le iniezioni letali. Anche qui, la forma-biopic si contamina di superstizioni, lunghe sequenze oniriche, apparizioni, diventando un oggetto inclassificabile e ogni tanto disturbante (la sequenza dell’esecuzione della donna). Più convenzionale ma non meno riuscito il thriller sudcoreano Confession dell’esordiente Lee Do-yun, grande successo in patria (che invidia), su tre ex compagni di liceo che, per tirar su qualche soldo, mettono su una truffa assicurativa che finisce in tragedia. Qui tutto gira intorno ad un approccio lirico all’amicizia virile che è un luogo frequente del cinema orientale, ma ben speso funziona ogni volta.

Chiudo le segnalazioni delle cose buone che ho visto nei miei 4 giorni al Festival con Kung Fu Jungle, un omaggio del veterano Teddy Chan (il regista di Bodyguard & Assassins) alla tradizione delle arti marziali, tanto che nel film, un poliziesco incentrato sulla sfida a distanza tra due maestri che hanno una visione filosoficamente opposta del combattimento, compaiono in piccoli cameo decine di star del cinema d’azione di Hong Kong. La storia è un’inezia, ma l’operazione è suggestiva, e il combattimento finale tra i protagonisti ricorda la terrificante povertà (culturale, oltre che tecnica) dei corpo a corpo di Fast & Furious 7.


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