Come in una canzone dei Beatles: intervista a Jessica Chastain

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PREMESSA

Non c’è molto altro che si possa dire su Jessica Chastain, sullo schermo è una presenza abbagliante, nella vita (o meglio: con i giornalisti e i fan) una persona gentile, attenta, disponibile. Tra le poche dive adulte che Hollywood si può ancora permettere – lei, la Jolie, Cate Blanchett, Julianne Moore -, determina la qualità delle opere che interpreta, le misura.
C’è questo film-esperimento, si chiama The Disappearence of Eleanor Rigby, che ha girato quasi tre anni fa: nel settembre 2013 era al Festival di Toronto, il maggio successivo a Cannes; doveva arrivare in sala, esce invece direttamente in home video, il 26 marzo. È la storia di un lutto e di una separazione, una giovane coppia che perde un figlio e prende strade diverse, ed è raccontata due volte, per come la ricorda Lei e per come la ricorda Lui. Sono due film diversi sullo stesso soggetto, una cosa un po’ strana, che nessuno ha capito come portare nei cinema (The Affair, in tv, ha fatto in seguito la stessa cosa senza problemi), e così ne hanno fatto una terza versione (Loro), montaggio alternato delle prime due.

Sulla Croisette, la sera prima dell’intervista, passa quest’ultima, ed è di questo che parliamo in un pomeriggio di primavera pieno di vento (più tardi pioverà e finiremo tutti – giornalisti, attori, addetti stampa – rifugiati dietro un separè). Lei porta un vestito corto e chiaro con grandi inserti floreali (nella foto sopra), è reduce dal red carpet della sera prima – quello del vestito blu elettrico di Versace che ha fatto il giro del mondo -, è truccata poco, vispa ma stanca. Poco prima ha interrotto l’intervista con una tv italiana scappando dalla sabbia che si alzava sulla battigia.

L’INTERVISTA

So che The Disappearance of Eleanor Rigby è un progetto che viene da lontano, è stato il tuo successo di questi ultimi anni a sbloccarlo?
La mia fama è stata di grande utilità, devo essere sincera: la nomination all’Oscar ha aiutato a finanziare alcuni dei film per i quali ero stata scritturata. Con Ned (Benson, il regista, ndr) ci siamo inseguiti per circa 10 anni. L’ho incontrato dopo il college e ho partecipato ad alcuni suoi corti, penso che sia estremamente talentuoso. Poi mi ha presentato questa idea di Eleanor Rigby, la prospettiva era quella di Lui, ovvero la storia raccontata dalla prospettiva dell’uomo. Mi ha chiesto se volevo la parte di Eleanor, ho letto il copione e ho pensato che era davvero bello ma che avevo bisogno di conoscere l’intera prospettiva, anche quella femminile… Dove lei fosse sparita, per esempio. E quando Ned ha iniziato a scrivere la parte nella prospettiva di Lei lo ha fatto in modo molto collaborativo, ogni giorno mi faceva leggere quello su cui aveva lavorato, mi chiedeva consigli sui personaggi, sulle sorella e sulla madre in particolare.

Come avete messo assieme il cast? C’è perfino Isabelle Huppert.
È semplicemente il mio idolo come attrice… Avevo immaginato lei nella parte della madre, quindi mi sono detta – e ho detto a Ned – “Dai, facciamola francese!”. Solo che adesso sembra tutto facile ma in realtà questo è solo quello che pensavo mentre leggevo lo script, il casting doveva ancora essere fatto e a quei tempi non avevo idea di che strada avrebbe preso la mia carriera. Poi tre anni fa con The Tree of Life ho avuto modo di conoscerla personalmente e così l’ho chiamata per chiederle se voleva far parte di questo progetto e lei mi ha risposto subito di sì. Ne sono stata felicissima.

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Lui e Lei, James McAvoy e Jessica sul set di The Disappearence of Eleanor Rigby

Sette mesi fa ci siamo incontrati a Toronto dove il film era stato mostrato nelle versioni Lei e Lui. Credo che la parte più interessante di quelle versioni fossero le scene condivise, quelle presenti in entrambi i film ma leggermente diverse, perché viste da punti di vista differenti. Quindi volevo chiederti cosa pensi onestamente, per quanto ti è possibile dirmelo, di questa nuova versione che mette tutto assieme perdendo quella doppia prospettiva.
Fa uno stano effetto vero? Sì, infatti mi hanno colpito maggiormente le prime versioni… Conosci Carlos di Olivier Assayas? Ci sono due versioni, una da 5 ore e una da 2 ore. Io ho visto quella da 5 ore, è l’unica che ho visto e l’ho vista più di una volta. La maggior parte della gente negli USA però ha visto solo quella da 2 ore. Il problema è che molte persone non avrebbero mai nemmeno preso in considerazione di guardarlo se fosse durato 5 ore. Noi abbiamo aggirato il problema in questo modo, con la versione Loro, piuttosto che la gente rimanesse spaventata dalla durata totale delle due versioni (poco più di tre ore, ndr) e decidesse di non andarle a vedere. Abbiamo offerto un’alternativa, la possibilità di vedere una versione meno impegnativa. Chiaramente io sono una nerd, una grande appassionata, mi piacciono le director’s cut allungate… Amo questo genere di cose, quindi figurati.

Preferisci che Lui e Lei vengano visti in un ordine particolare?

A Toronto alcune volte abbiamo proiettato prima Lei e poi Lui, ma anche viceversa. E a tanti è piaciuto esattamente nell’ordine in cui li hanno visti, se glielo chiedevi ti dicevano che non li avrebbero mai invertiti. In realtà è stato scritto prima Lui e poi Lei, ma questo evidentemente non ha influito sulla percezione della storia.

Hai detto che ti piacciono le anteprime e i festival anche perché ti permettono di conoscere gli attori e i registi con cui ti piacerebbe lavorare e di vedere i loro film. Riesci ancora ad andare a qualche proiezione?
Lo faccio sempre! L’anno scorso al festival ho visto 4 film, Nebraska, Behind the Candelabra, Only God Forgives e All Is Lost, e tra l’altro mi sono incontrata proprio con il regista di quest’ultimo, J.C. Chandor. Ci eravamo già incontrati a un evento precedente in realtà, io amavo moltissimo i suoi lavori, sia All is Lost sia Margin Call, ma è proprio durante il festival che abbiamo deciso di fare un film insieme, e così è stato (si tratta di A Most Violent Year, ancora senza distribuzione in Italia, ma considerato dalla maggior parte della critica che l’ha visto un capolavoro ndr). Sono diventata un’attrice e lavoro così tanto proprio perché amo i film, sono cresciuta guardandoli, avevo un cinema vicino a casa da piccola ed era davvero a basso costo, quindi tornavo da scuola e mia mamma, che era single e che lavorava tutto il giorno e non poteva badare a me, mi dava un dollaro e mi ci mandava. Io stavo lì e guardavo un film anche 5 volte. Sono appassionatissima di film, di regia in particolare, quindi ora che vado ai festival chiedo sempre se posso andare alle anteprime. Certo, devo presenziare alle prime dei miei film, parlare alle conferenze, ma la cosa più importate per me è vedere film e incontrare gente.

Oggi cosa ti vedi?
Questa sera andrò a vedere Foxcatcher, che promette molto bene. Mi sa che è l’unico che vedrò al Palais perché lì le proiezioni sono quelle di Gala, implicano sfilare sul red carpet, e c’è molta confusione: quando non si tratta di film in cui recito, preferisco andare alle proiezioni delle 8.30 del mattino dove c’è meno gente.

Ah sì? E nessuno ti rompe le scatole?
No, per niente, spesso non mi riconoscono nemmeno.

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Cannes – La sera di Foxcatcher

Torniamo ad Eleanor Rigby, mi parli un po’ del personaggio?
Uno degli aspetti che mi hanno conquistato è stata questa sua volontà di scomparire, di sfuggire a tutti, anche a se stessa. Qualcuno ha comparato il meccanismo di scomparsa di Eleanor a quello che un attore deve fare per far scomparire se stesso e diventare il personaggio di un film: una lettura affascinante. Ogni volta che si vestono i panni di un personaggio ovviamente si diventa il vettore che ne trasporta le emozioni, il vessillo, bisogna poi coprirsi di espressioni differenti, differenti energie: ed è lo stesso significato di “scomparsa”, “la scomparsa di Jessica”. Una cosa che difficilmente riesci a realizzare fino a quando non hai preso le distanze dal film.

Anche in The Tree of Life interpretavi una madre che perde un figlio.
La differenza sostanziale è che in The Tree of Life era un crollo improvviso. Come spettatore vedevi la situazione che precipitava nel momento in cui il mio personaggio leggeva il telegramma, e poi vivevi con lei il giorno dopo la tragedia. In Eleanor Rigby invece tutto è successo molto tempo prima che il film inizi, la ferita è profonda ma è già stata elaborata dalla protagonista. Lei ha deciso che non può più proseguire con la sua vita, quindi tutto avviene ad uno stadio differente. Per prepararmi a Eleanore Rigby ho letto molti libri scritti da donne che avevano perso il loro bambino, storie vere su questo tema, e una delle cose ricorrenti che mi hanno colpito molto era questa volontà di ricominciare da capo e cambiare la propria condizione, cambiando se stessi. Ho visto di recente Alabama Monroe e mi sono detta: “Wow, è la stessa donna che ha cambiato nome per ricominciare”. Ho letto lo script e ho realizzato che c’era qualcosa di legato alle ricerche che avevo fatto.

In Alabama Monroe, come in Eleanor Rigby, si parla anche di quanto sia difficile mantenere una relazione sentimentale dopo questo tipo di tragedie.
Dipenda dalla resistenza delle persone… Una coppia che ha perso un bimbo è venuta da noi dopo la premiere e per loro era stata una proiezione molto emozionante. Molta gente mi ha detto: “Non so se riuscirei a sopportare una cosa del genere”. È un contesto interessante perché il pensiero di perdere un figlio è qualcosa d’insostenibile. In particolare l’idea di perdere un neonato, non perché una perdita sia meno grave dell’altra, ma perché nel caso di un neonato ti senti completamente responsabile di tutto ciò che accade, come madre. Entrano in gioco altri fattori, la sensazione di fallimento come essere umano è ancora più forte, ancora più pesante…

Parliamo un po’ di cose più leggere. Per esempio: tu utilizzi molto i social network.
In realtà ho appena iniziato (ricordo che l’intervista è stata condotta a maggio 2014, ndr)! Ok, con Facebook vado avanti da un po’, ma con Instagram e Twitter sto cominciando ora.

Cosa pensi delle opportunità che possono dare?
In realtà sono una persona molto riservata, mi piace più che altro parlare di lavoro, ma la cosa che amo dei social network e che non avevo intuito all’inizio è che, è vero, tante persone li usano per postare cose inutili come, che ne so, foto in bikini, ma in realtà sono uno strumento eccezionale per parlare dei film che amo, degli attori che preferisco, così le persone possono conoscerli a loro volta. E poi se ho l’opportunità di ringraziare lo faccio, magari postando una foto di una bella cosa che mi è successa su Instagram.

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Una foto “vacanziera” twittata dalla Chastain

Sei tu stessa a gestire i tuoi profili?
Assolutamente si, sono solamente io. Utilizzo il mio smartphone e vado su Instagram. Faccio un sacco di foto. Cerco di tenere un atteggiamento positivo, e magari di concentrare l’attenzione su film che negli USA la gente non ha visto, oppure attori che potrebbero non conoscere.

Parliamo dei tuoi prossimi progetti. Oltre A Most Violent Year è in arrivo Crimson Peak di Guillermo del Toro.
Sono molto molto stanca a dire la verità, ho fatto i due film di seguito prima del Festival e Crimson Peak  l’ho finito proprio la domenica prima di arrivare qua. Stanca ma molto ispirata. Certo, mi sembra di lavorare tanto ma poi vedo attori come James Franco e mi sembra di non lavorare affatto. Lui è sempre alle prese con mille cose: è una di quelle persone che ha bisogno di essere occupatissimo, di girare continuamente, di imparare. Io sono un po’ così ma non del tutto… credo sia poco salutare.

Hai dovuto urlare molto in Crimson Peak?
Alcune volte, ma anche in Mama c’erano un sacco di urla.

Come va con l’italiano? (risponde in un italiano buffo e un po’ stentato, concentrandosi al massimo, ndr)
“Poco poco”… “Sto bene, tutto bene”… “Scusi”. Mia sorella è stata in Italia dopo il diploma, due settimane a Roma, due a Firenze e un mese a Milano. Io vorrei andarci per l’estate.

Lo sappiamo Jessica. Lo sappiamo…


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