Whiplash, finalmente

whiplash1Finalmente. Whiplash arriva in sala anche da noi, trainato dalle ottime recensioni e soprattutto dalle 5 nomination all’Oscar. L’avevo segnalato come n.1 nella mia Top 10 dei film del 2014, e forse vale la pena spendere due parole a riguardo.
Partendo sempre dal presupposto che quando si parla di cinema ogni soluzione è già stata tentata un sacco di tempo fa, capita di restare particolarmente soddisfatti di fronte a film che semplicemente utilizzano bene gli strumenti del mainstream, ma forzandoli, per capire fino a che punto sono in grado di reggere senza diventare altro.

Per esempio: ci si spella sempre le mani per il cinema d’autore realista e contemplativo, quello che si rallenta fino al semi-immobilismo, mi pare il minimo fare altrettanto per un film come Whiplash che è una specie di saggio sul falso (tra le altre cose, la più evidente: non ha senso suonare la batteria in quel modo) e sulla frenesia (idem); non nell’uso/senso meccanico dei vari documentari di Godfrey Reggio, certamente più teorici, ma nel senso di attitudine creativa, di cifra dell’isteria “compositiva” – dell’esigenza di raccontare molto e senza criterio in un tempo sempre più breve – come malattia sociale contemporanea.

Whiplash Miles Teller

Whiplash riconosce (in modo forse inconsapevole) e mette in scena la questione raccontando la storia di un batterista talentuoso ma probabilmente non geniale, messo alle corde da un insegnante che riconosce il talento e l’ossessione ma non il musicista, che ragiona cioè soltanto in astratto. E il ragazzo reagisce a sua volta come se tutti – lui, il prof, il resto delle orchestre con cui lavora – fossero funzioni della sua vita e dei suoi desideri, cioè alienandosi, e facendo della battaglia solitaria il confine della sua vita. Con il che l’astrazione diventa esponenziale. Vi ricorda niente?

Non è a quel punto la musica il centro di interesse – il jazz è la colonna sonora, la cornice del film – ma il modo in cui si affronta il mondo; e non è un caso che la dinamica e le forme siano a tratti quelle del cinema pugilistico (nel pugilato si pensa a sopraffare, mettendo a rischio l’incolumità propria e altrui, ma più come affermazione di sé che per far male a qualcuno), benché Whiplash non sia un film sportivo e – teoricamente – si parli d’arte e non di pugilato.

Miles-Teller-Whiplash

Qual è l’esito di questa battaglia? Il protagonista si spacca le mani, molla la ragazza, manda a quel paese la famiglia, rischia di ammazzarsi in auto, fa licenziare il prof. Fin qui l’opera potrebbe sembrare moralista, ma poi nell’ultima sequenza, il gesto dell’autore (oscar al montaggio subito) e dei personaggi fa sembrare che tutto quel che si è visto fin lì ne valesse la pena, che forse fosse al suo posto.

È una battaglia giusta? Quanto ci riguarda? Quanto ci interessa?
Non tutto si razionalizza subito vedendo Whiplash, la macchina spettacolare è appunto talmente oliata che la prima reazione è lo stupore ovvio di fronte a uno spettacolo impeccabile. Ma subito sotto viaggia un disagio preciso, molto contemporaneo, che è ancora più prezioso.


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