Apologia dello spettatore pigro

homer

Una settimana fa leggevo una rubrica musicale su un settimanale a cui sono affezionato, conteneva un elenco con i dischi migliori del 2014. Non ne conoscevo quasi nessuno, e quelli che conoscevo – Beck a parte – non erano stati all’origine di ascolti particolarmente fortunati. Era, quasi tutta, musica che richiedeva una certa preparazione, tempo d’ascolto, attenzione. Nonostante un ambito tangente il mio, non ero in grado di apprezzarla tutta come meritava.

Ho ritagliato il trafiletto e continuerò a spulciarlo per un po’, ma non è questo il punto. Quando arrivo a casa la sera – dopo lo squash, dopo aver svuotato la sacca e fatto la lavatrice, dopo essermi occupato dei vari bidoni della differenziata, prima di mettermi a tavola e prima di recuperare un film o una puntata di una serie tv – magari mi restano venti minuti, che sono il tempo corrispondente al lato A o B di un vinile facile, tipo, che ne so, Damien Rice o Bon Iver. È lo stesso tempo di scorta che passo sul cuscino a leggere prima di dormire. Quel tempo è una forma di pigrizia, un compromesso intellettuale e una necessità.

Quella pigrizia e quel compromesso e quella necessità sono una consolazione per chi non studia o lavora in ambito artistico (e anche per chi ci lavora direi), semplicemente perché è difficile coltivare contemporaneamente più di un hobby (diciamo due?) a carattere culturale, mettendo a contesto anche i videogame, il teatro e altri generi musicali, come il jazz, o la lirica, fate voi. Quella pigrizia e quel compromesso e quella necessità vanno trattati con i guanti, perché sono il nocciolo di una disposizione d’animo, di una naturale attitudine alla curiosità e alla polemica, attraverso cui si può far passare la peggior fiction televisiva, gli orrendi talk show di politica e costume, così come una commedia romantica, un documentario, una partita di pallone. È la porta per cui passa la comunicazione pubblicitaria, la propaganda politica, la cronaca nera e rosa: si capisce che tenere a mente dove sta, e rispettarla, ha una certa importanza.

È il cinema ben fatto e progressista ma in grado di intercettare quella pigrizia e quella sensibilità diffusa, che da quando faccio questo mestiere mi sta maggiormente a cuore.
Il cinema che posso condividere con i miei genitori (che si esercitano con me in altri settori – dai tappeti orientali alla storia della pittura, fino all’hockey su ghiaccio – con la stessa pazienza), consigliare con piacere a persone che conosco poco; quello che commuove il pubblico di una multisala (e me con loro) attraverso l’adesione a strutture narrative ovvie e un montaggio facile da leggere, ma con una consapevolezza tecnica e un rispetto per il mestiere che definirei artigianale.

Ecco. Una fetta significativa della critica italiana non sa più vedere e parlare di questi film, disprezza l’artigianato; li liquida con una supponenza stancante, logorata dalla lunga esposizione al cinema stesso, a volte interessata all’accettabilità accademica – quindi all’omologabilità di settore – delle proprie attenzioni (le mode critiche arrivano e vanno letteralmente a ondate, sembra di vederle); alla possibilità di incarichi universitari o festivalieri. E così facendo, allarga la distanza con il pubblico delle sale, disinteressata a tradurre la critica accessibile ma vetusta dei quotidiani nella contemporaneità colloquiale dei social network.

Che importanza ha, ad esempio, se esiste un film di cinquant’anni fa che dice meglio di un film di oggi la stessa cosa (ma con attori a cui non siamo più abituati, voci antiche, codici linguistici desueti, e più in generale un’iconografia sociale superata)? Che importanza ha, dico, per lo spettatore non studente? (Domanda non retorica né provocatoria: io stesso me lo domando di continuo).

L’accoglienza riservata ultimamente a due film confezionati in modo impeccabile, popolari e politicamente condivisibili come The Imitation Game e The Theory of Everything (proprio mentre Eastwood spopola in sala con un film per lo meno ambiguo nel messaggio) mi ha particolarmente impressionato e deluso. Non credo ci siano argomenti forti – né di natura formale, né di natura politica – per stroncare questi due film, e infatti quasi tutti i commenti negativi apparsi in rete sono sostanzialmente sfoghi, polemiche che hanno poco a che fare con l’opera strettamente intesa, e molto con il contesto (la produzione “furba” e potente dei Weinstein, la storia del cinema e la ripetitività di certe forme, il rapporto con la fiction televisiva). Si disprezza, in definitiva, proprio quella pigrizia che li rende appropriati.

E insomma, per capirci. È bello poter spulciare una lista piena di dischi che non sono capace di ascoltare e a cui magari un giorno troverò il modo di dedicare il giusto tempo, ma per me resta inestimabile il consiglio di un amico, che conoscendo i miei gusti mi suggerisce con buona misura un orientamento nel mercato, una gratificazione facile.
Chi la fa questa cosa? Chi è capace di raccontarmi la bellezza pigra, ovvia e consolante, istruttiva perfino, dei film che ho citato sopra, estraendone magari una chiave di lettura decente?


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