I pinguini di Madagascar e gli incalcolabili danni di Ratatouille

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Una volta tutto era semplice.

Da una parte avevamo il Modello Paperopoli. Un universo fatto di animali, in cui gli animali sostituiscono gli uomini, parlano, edificano, acquistano, possiedono altri animali (i sottotesti razzisti dell’esistenza di Pluto fanno accapponare la pelle). Nel Modello Paperopoli non c’è traccia di esseri umani, perché è tutta una grande METAFORA.

All’estremo opposto c’era il Modello Aristogatti. Animali calati in un contesto umano, che comunicano tra di loro ma non vengono capiti. Nel modello Aristogatti gli animali fanno cose da animali, tipo mangiare dalla ciotola, correre a quattro zampe, dormire ai piedi dei padroni. Il sottotesto è animalista: sono come noi, meglio di noi, impariamo a capirli.

Il modello Paperopoli e il modello Aristogatti erano incompatibili, non comunicanti (Pluto non spiccica parola).
I limiti ontologici del modello Aristogatti sono stati in seguito esplorati dalla saga di Toy Story, sostituendo i giocattoli agli animali. I giocattoli si animano, si muovono, comunicano, ma solo quando non vengono visti. Tutta la suspense si basa sul rischio che siano scoperti. Se accadesse…

Toy Story è una saga geniale perché gioca sui confini di un modello culturale, e in seconda battuta ricorda l’importanza del rispetto di regole condivise per la costruzione di una società funzionante.

Poi arriva il topo francese.

Topo del cazzo.

Topo del cazzo.

In Ratatouille Rémy non comunica solo con gli altri topi, comunica pure con gli esseri umani, in un contesto – attenzione – non magico. Il ragazzo che lo scopre sulle sponde della Senna resta un attimo sbigottito, ma poi ok, finisce lì.
È come se Basil l’investigatopo risolvesse i veri casi di Scoltand Yard.
I danni sono incalcolabili.

Il mondo dell’animazione implode, l’anarchia regna sovrana. Snoopy (che non parla ma gioca a baseball) e il cane dei Griffin, da singolarità esplicitamente surreali, diventano norma.

Tutto questo mi torna in mente mentre assisto a I pinguini di Madagascar.
La trama, a spanne, è: 4 pinguini vengono rapiti da un polpo fucsia camuffato da scienziato (umano) che vuole distruggere il mondo con macchine ipertecnologiche da lui assemblate all’interno di una base scavata nel sottosuolo. Lo fa perché la razza dei pinguini, con la propria carineria, gli ha sottratto le attenzioni del pubblico (umano) degli zoo.
Si parte quindi dagli zoo, la più ovvia delle istituzioni che definiscono una gerarchia di specie, ma poi si trasformano gli animali in creature capaci di qualsiasi cosa, senza che questo turbi nessuno.

La realtà e l’esperienza fisica cessano di essere un riferimento per la costruzione di senso, l’effetto comico è quasi sempre una questione dinamica, ogni logica viene ignorata (per esempio: nella scena dell’aereo i pinguini bucano alcuni aeroplani di linea, sfracellandosi sulle carlinghe, senza conseguenze per nessuno; un attimo dopo si preoccupano di trovare un modo per atterrare senza spiaccicarsi).

Mi rendo conto che buona parte dell’animazione di massa, oggi, è questo: un delirio psichedelico.

Sarei curioso di sapere come un bambino elabora la cosa, magari gli amici di Movie for Kids me lo fanno sapere…


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